La sfida scudetto tra Inter e Napoli termina con uno scoppiettante pari per 2-2. Finalmente uno spot per il calcio italiano, anche per i non tantissimi che ci guardano fuori dai nostri confini. Ieri sera, domenica 11 gennaio, sono emersi i valori di entrambi le compagini: pressing e intensità per l’Inter; capacità di andare uomo su uomo, formazione a testuggine e solidità difensiva e pragmaticità in attacco per il Napoli. Inevitabili gli errori, da una parte e dall’altra, dovuti a cali fisiologici e alla bravura dell’avversario. Una menzione positiva per l’arbitro Doveri che ha mantenuto un atteggiamento coerente fischiando solo quando necessario e lasciando scorrere le azioni in occasione di contatti interpretati come regolari.
Il Napoli impedisce all’Inter di andare a +7, in uno snodo cruciale per il campionato, seppur trattandosi di prima giornata di ritorno. Il momentaneo +4, tiene i nerazzurri a vista e lascia tutto aperto anche per il terzo incomodo Milan, incappato nel pari della sfida contro la Fiorentina sempre di domenica 11 gennaio alle 15:00 ma anche per una quarta pretendente come l’emergente Juventus di Luciano Spalletti.
Il Napoli non fa registrare passi indietro nel rendimento o notevoli cali come apparso nel primo tempo contro l’Hellas dello scorso mercoledì 7 gennaio anzi, in un palcoscenico tutto nerazzurro, si dimostra capace di soffrire, sapendo gestire con maestria i momenti, sia quelli in cui rintanarsi e contenere le scorrerie avversarie, sia quelli in cui mettere la testa fuori e prendere in mano il pallino del gioco. Non è scontato, infatti, andare due volte sotto e recuperare, così come non lo era riacciuffare un passivo di due gol contro il Verona. Il nuovo Napoli di Conte c’è e si vede anche nella secca, ovvero in assenza della grazia data dalla vittoria.
Il confronto tra Inter e Napoli. Quale delle due è la migliore? E, soprattutto, cosa significa essere “migliori” dell’altro?
Inter. Un percorso di ormai nove anni – delineato, tra le altre cose da Spalletti e Conte tra il 2017 e il 2021 – ha portato al compimento di una squadra forte come quella nerazzurra che, senza dubbio, esprime il miglior calcio in Italia: un gioco codificato, con calciatori di status, plasmati soprattutto dalla gestione Inzaghi e portati ad un livello decisamente alto. Per l’Inter parlano i trofei, tra cui lo scudetto del 2024, le due finali di Champions League, e la costante presenza ai vertici di tutte le classifiche, anche legate alle mere statistiche.
Il Napoli del nuovo corso targato Antonio Conte partiva da una contraddizione ai limiti dell’inspiegabile: decimo posto nel campionato ‘23/’24 con la rosa campione d’Italia pressoché invariata, eccezion fatta per l’uscita di Kim. Rimossa l’infezione e ri-programmate gambe e testa degli atleti, è tornato anche il tricolore, ma non senza gli aiuti dal mercato: Buongiorno, Lukaku, Neres, McTominay e poi De Bruyne, Milinkovic-Savic, Lucca, Lang, Beukema sono i volti di un calciomercato spalmato su più sessioni che ha dato ad Antonio Conte del materiale in parte eccellente su cui fondare il suo lavoro. Il Napoli è una squadra forte e rinforzata, pensata per disporre di una rosa profonda con affidabili uomini “paracadute” nel caso in cui questa profondità non sia possibile causa infortuni. L’acquisto di Rasmus Hojlund, pochi giorni dopo l’infortunio serio di Lukaku dello scorso agosto, è l’esempio di come questa squadra sia forte nella gestione e nelle possibilità di spesa, che nessuno in Italia può vantare e se c’è questa disparità, di certo, non è una cosa di cui a Napoli debbano vergognarsi, anzi.
Se la squadra dell’Inter è arrivata ad esser riconosciuta come forte, quella azzurra è dovuta passare per molte meno tappe e per molte meno sessioni di lavagnette tattiche, grazie al calciomercato e all’ingaggio di uomini già pronti: uno su tutti Antonio Conte, vecchio lupo di mare e maestro in campo e fuori.
Ecco, dunque, la risposta alla domanda precedente: se non è blasfemia riconoscere una maggior forza dell’Inter data da un’ottima costanza di rendimento – con manovre più avvolgenti, tanti modi di innescare gli attaccanti e individualità migliori – non lo è altrettanto riconoscere una maggior bravura al Napoli, dove per bravura si intende “buon rendimento di squadra + cazzimma”. Valore, quest’ultimo, che evidentemente all’Inter manca quando si tratta di affrontare compagini di cartello come Juventus, Milan e appunto Napoli, oppure sfide in snodi cruciali della stagione com’è stato lo scorso anno con Bologna, Parma, Roma e Lazio nel girone di ritorno, ovvero in gare che avrebbero potuto regalare il secondo scudetto di fila. Ma cosa rappresenta, in questo preciso contesto, la cazzimma? È la consapevolezza, la capacità di essere presenti a se stessi, un senso estremo del dovere e della dignità che si manifesta con la fame e la voglia che tutto vada a proprio vantaggio. La fotografia di questa attitudine è il salvataggio sulla linea di fondocampo compiuto da Noa Lang – guarda caso uno degli oggetti misteriosi della stagione – e che si trasforma nell’assist per il 2-2 di McTominay.
La tigna e la voglia di non mollare mai ha il volto di Antonio Conte e, naturalmente, proprio di Scott McTominay, come del resto ce l’ha il quarto scudetto azzurro. Nel momento della revisione al VAR di Doveri, Conte è esploso contro tutta la terna di arbitri designata invitandola a vergognarsi. Il suo sfogo, parso eccessivo e anche estemporaneo, è figlio però di calcoli fatti con lo scopo di cambiare l’inerzia della gara, esattamente come all’andata quando, in occasione di un altro rigore, poi sempre trasformato da Calhangolu, lui stesso fece partire la riffa da saloon texano con Dumfries e Lautaro. Conte è bravo e furbo a spostare l’attenzione su di sé, facendosi cacciare dal campo, portando la croce di una squalifica e del biasimo morale di un popolo intero cioè quello interista allo stadio. Così facendo, lascia liberi i calciatori in campo o meglio, gli lascia un credito: “Io mi prendo il rosso, la squalifica e la melma degli insulti. Voi però vendicatemi”. E così, il suo scudiero più fedele risponde presente. Scott McTominay è la luce di cui Conte ha bisogno perché fa da contrappeso alle ombre del sua personalità e a quelle della disciplina prussiana che lui impone al gruppo. Entrambe queste componenti di oscurità e luce danno costante linfa di vita al Napoli, che non può farne a meno. Con il suo lavoro, quest’anno maggiormente di interdizione, e con i suoi gol, lo scozzese è il fuoriclasse di questo Napoli, quiescente ma fondamentale nelle occasioni minori, anche a Riad davanti al pubblico autoctono disinteressato ma da oscar nelle grandi notti della storia, come il 23 maggio ma, in ben tre partite su quattro disputate contro l’acerrima rivale per lo scudetto. La sua media gol contro l’Inter è spaventosa e recita “un gol a partita”, nelle uniche quattro disputate. Abbastanza per innescare un complesso di inferiorità in tutte le rivali, sufficiente per confermare di essere ancora il padrone indiscusso di questa Serie A.
Foto: SSC Napoli
