È una pausa delle Nazionali che sorride al Napoli, che torna a vincere in campionato nella notte stellata del Maradona. Tutta a firma di Kevin De Bruyne. Nel momento in cui bisognava dare una risposta alla classifica e ai tifosi più scettici, legittimati da un inizio stagione ben più che al di sotto delle aspettative.
Nel test delicatissimo contro il Frosinone di Alvini, Massimiliano Allegri e ragazzi dimostrano che nel calcio non c’è solo una strada.
E allora eccola, finalmente, una strada che sembra più adeguata alla corsa stagionale degli azzurri. Max rimescola le carte in tavola, rispolvera vecchie reminiscenze e torna alla difesa a lui cara. E lo fa con coerenza, non come un tentativo per provarle tutte. Nella consapevolezza che il Napoli abbia nelle corde qualcosa di diverso, che aggiunga qualità a centrocampo e peso offensivo sulla trequarti avversaria, riconsegnando il giusto valore a calciatori per un un bel po’ lontano dal rettangolo verde di Fuorigrotta.
Allegri opta per un centrocampo che abbia una sorta di doppio play, e che veda accanto a Lobotka la figura gigantesca del re belga. Più arretrato rispetto alla trequarti, lì dove però può esprimere a pieno la visione di gioco che con l’età è diventata ancor di più la sua più spiccata caratteristica. Sugli esterni aperti i corridoi per le avanzate a supporto di Di Lorenzo e Spinazzola, insieme ad una trequarti tutta di imprevedibilità: Neres e Lang di nuovo insieme, sorridenti come qualche tempo fa che rievoca vecchi e bei ricordi. Alle spalle di un Hojlund sempre più capace di lavorare da sé, non disdegnano però di ricordarsi che ha qualità per lanciarsi dentro e attrarre la difesa avversaria in attesa delle avanzate dei compagni.
Un Napoli, insomma, che sin dalle prime battute “sorprende” per un atteggiamento aggressivo e consapevole, che meno s’era visto nelle prime uscite stagionali targate Allegri. Negli spazi che il Frosinone lascia – e solo perché se la gioca coraggiosamente a viso aperto -, gli azzurri sono micidiali, e lo dimostrano quando Neres guida bene in transizione spaccando in due il centrocampo avversario, e quando Hojlund è bravo a fare da sponda o a buttarsi nello spazio lasciato dai ciociari. Così nasce il rigore del vantaggio, preceduto dalle intuizioni di un De Bruyne che sembra stare mentalmente ad un livello superiore, vedendo in anteprima spazi che a volte i compagni visualizzano solo in ritardo. Freddo dagli undici metri, quasi come se fosse (letteralmente) un passeggiata battere Palmisani.
Poi, spiragli da Napoli che fa il Napoli: Lobotka a verticalizzare, Lang di prima verso un Hojlund che ha già preso posizione. Poi l’inserimento di Di Lorenzo, con un Neres che stavolta resta a dar copertura; e, infine, la ciliegina di Lang, e il ritorno al gol in maglia azzurra – il primo stagionale a dar ragione alla fiducia datagli da Allegri. Gran parte del Napoli sta qui, non lontano da quello che immaginava Conte, ancor più aggressivo a ridosso della trequarti avversaria.
Nella retroguardia la solidità garantita dalle ottime prestazioni del terzetto difensivo, con una menzione d’onore per Badiashile. Il centrale ex Chelsea, bombardato dopo il suo ingresso nella trasferta di Milano contro l’Inter, ha risposto presente esprimendo solidità, fisicità e lucidità nella scelta in fase di palleggio e costruzione. Anche qui l’allenatore livornese è premiato nelle scelte, allontanando i pregiudizi dei tifosi e degli addetti ai lavori su un passato in Inghilterra certamente lontano dai riflettori.
Viene da chiedersi, dunque, se stavolta l’abito non faccia davvero il monaco. Se sia questo il vestito più adatto ad un Napoli che ha fatto passare più in sordina le qualità indiscutibili della compagine di Alvini. Che gioca a calcio, prende terreno nella ripresa e forse concretizza poco qualche ripartenza. Certo, gli azzurri sono abbastanza abituati a soffrire, ma contro il Frosinone non danno mai la sensazione di poter riaprire la partita. Concentrazione alta, lucidità nella gestione e fame fino alla fine, come quando sul finale Giovane regala a De Bruyne il pallone della meritata doppietta. È come il vino Kevin, che più invecchia e più si fa buono. Con addosso ancor più responsabilità di una piazza esigente, ma con la freddezza e lo spessore di chi sa che può indicare la squadra. Gestisce il palleggio, detta i tempi in fase di costruzione e si fa trovar dove deve anche dopo 94 minuti di gioco.
Al fischio finale il Napoli calcia in porta 19 volte, becca un palo, batte “due” rigori. Dimostra fame, ciò che più chiedeva Allegri alla squadra; fame nel volere i tre punti e tornare ad esprimere certi valori forse troppo messi in discussione. Lo fa nel modo migliore, calando il tris nella notte stellata di De Bruyne; rivedendo finalmente in campo McTominay, facendo brillare di nuovo Neres, sbloccando nello score Lang e facendo intravedere le qualità di Badiashile.
Quasi una risposta, neanche troppo silenziosa, a chi credeva che le qualità fossero improvvisamente scomparse. Mentre bastava soltanto aspettare che tornassero a sbocciare. In una notte qualsiasi del Maradona, in cui il Napoli è tornato a fare il Napoli. E forse nel momento più importante e più incisivo per dare una svolta alla stagione. Quello in cui ci si lascia alle spalle le prime uscite stagionali, e in cui la sosta rigenera mente e corpo, stimolando le giuste riflessioni e permettendo di osservare meglio da vicino i propri strumenti da lavoro.
Ad Allegri torna così il sorriso, la giusta iniezione di fiducia in vista della trasferta spagnola contro il Villareal, a caccia dei primi punti in Champions, per lasciarsi definitivamente alle spalle anche la sconfitta contro l’Arsenal vice-campione d’Europa.
Foto: SSC Napoli
