“Avete vinto la battaglia, ma non la guerra” è la frase che piace immaginare dirà Inzaghi ai suoi ragazzi, per tenerli sempre sul pezzo. Sì, perché parliamo di guerre e battaglie. Perché quello del Benevento a Firenze è l’atteggiamento di chi non molla mai. Dalle prime linee, l’avanguardia fino alle retrovie, la gara dei giallorossi è la sintesi perfetta di ciò che si dovrà fare per puntare alla salvezza. I ragazzi di Inzaghi ritrovano la tempra giusta, consapevoli di essere una squadra che dovrà lottare su ogni pallone, sputare sangue e sudore fino al 90° per conquistare punti d’oro come questi. Malgrado il periodo delicato della Fiorentina, non era facile. Non era facile perché alla prima di un nuovo allenatore si vuol partire col piede giusto; non lo era perché, come sottolineato da Inzaghi, la Viola di Ribery e compagni è oggettivamente una squadra superiore al Benevento; non era facile perché non ci sono stati Dabo, Caprari, Foulon, Viola, Iago Falque.
Eppure le Streghe hanno ritrovato tutto ciò che era mancato nell’unica partita di stagione totalmente toppata, quella contro lo Spezia di Vincenzo Italiano (il fatto che abbia pareggiato contro l’Atalanta la dice lunga sul bel calcio che gli aquilotti possono esprimere): ritrovano innanzitutto quel 4-3-2-1 che da sempre è nelle corde giallorosse, la garra di chi non ne vuole sapere di dover fare i conti con la quinta sconfitta consecutiva in campionato, l’organizzazione di gioco che aveva permesso di vincere a Genova e in casa con il Bologna e la capacità di soffrire da squadra consapevole che la serie A non è certo una passeggiata.
Inzaghi sceglie Moncini e l’attaccante si fa trovare presente: gioca spesso spalle alla porta, duella con Milenkovic e Pezzella come facesse la serie A da anni, serve i compagni, sbraccia regolarmente, conquista fallo e tiene su il pallone. Fa, cioè, tutto quello che fa un attaccante quando non può finalizzare: mettersi a disposizione della squadra e mettere al centro della sua prestazione un enorme dose di sacrificio. E’ il caso di dire che l’attaccante alla, prima stagione nella massima serie, non sta facendo rimpiangere Lapadula. In partite del genere, dove bisogna tener la palla lontano dalla propria area, e dove bisogna saper lottare contro difensori anche più esperti, ha le capacità ideali per permettere imprese del genere. Ultimo a cadere a terra, nonostante qualche maglia allungata, disposto a giocare anche sul cerchio di centrocampo, decisivo quando il Benevento deve risalire. Il numero 21 ha dimostrato nella gara contro i toscani di potersi giocare più spesso una maglia da titolare.
Ma Moncini non è l’unica sorpresa tra le fila giallorosse. Chiamato in causa, inevitabilmente anche per le assenze a centrocampo, Hetemaj si è ritagliato la sua “gloria” personale, scendendo in campo e offrendo ai compagni l’esperienza che in A lo ha sempre contraddistinto. Castrovilli e il centrocampo viola sono costretti ai peggiori incubi, specie quando hai alle costole Perparim che si batte su ogni pallone fino allo scadere dell’incontro. Novanta minuti sul pezzo, con un’ammonizione rimediata soltanto al 74°. In uno dei momenti più delicati delle Streghe – non era facile con non troppi minuti giocati nelle gambe – il finlandese ha risposto presente all’appello del suo allenatore. Schermo davanti alla difesa giallorossa, sempre disposto al raddoppio e a sradicare palla dai piedi dei suoi avversari, il 56 ex Chievo ha dimostrato che la sua esperienza è d’oro. Alla seconda da titolare, Hetemaj si è dimenato con tutte le sue qualità per contribuire al successo del Benevento, un successo che allontana non soltanto la zona rossa, ma anche le critiche pronte ad uscire dalla bocca di chi ha troppo a cuore le sorti dei giallorossi per ragionare lucidamente.
Quando in conferenza spesso si è sentito parlare di gruppo, ora si ha la prova che questa squadra lo è in tutto e per tutto. L’unione fa la forza, dice un vecchio proverbio, e le Streghe dovranno scendere in campo sempre con questa consapevolezza. Fare affidamento su due guerrieri come Hetemaj e Moncini significa avere al proprio arco frecce in più per l’impresa salvezza, significa avere calciatori – certamente non gli unici – disposti a sputare sangue fino all’ultimo secondo di gara, mettendo a disposizione del gruppo, e al meglio, le proprie qualità.
Ce ne saranno di difficoltà, non ci illudiamo. Ma se il Benevento scenderà in campo come se ogni battaglia fosse una guerra, allora che si aprano le danze di una spietata lotta, l’unica per la quale sognare l’esito felice di una programmata salvezza.
Benevento: il sacrificio di Moncini ed Hetemaj, ogni partita una battaglia
