L’IDENTIKIT
NOME: Giuseppe Bruscolotti
DATA DI NASCITA: 01/06/1951
LUOGO DI NASCITA: Sassano (SA)
RUOLO NATURALE: Terzino destro
GLI INIZI A SORRENTO E I PRIMI ANNI NAPOLETANI
Terzino vecchio stampo, decisamente diverso dal fluidificante moderno a cui viene richiesto un lavoro dinamico e importante anche nella fase offensiva con inserimenti e cross dalla corsia laterale a ripetizione. Dominante fisicamente, arcigno, grande sacrificio in fase difensiva e la capacità di fermare gli attaccanti avversari con interventi ruvidi, un leader vero a supporto dei difensori centrali che hanno avuto la fortuna di averlo come compagno: fortuna, perché uno come Bruscolotti è sempre stato meglio averlo dalla propria parte che contro. Lo si era capito subito, dai tempi del Sorrento – il Club dov’è cresciuto – quando alla sua prima stagione da professionista nel 1970/71 non solo si prende il posto da titolare, ma vince il campionato ottenendo la promozione in Serie B, con il bilancio di reti subite fermo a 12 (avete letto bene). La stagione successiva vede il Sorrento soffrire il salto di categoria e retrocedere subito in C, ma Bruscolotti si mette in luce con ottime prestazioni tant’è che non scenderà in terza serie, anzi il Napoli decide di acquistarlo e di portarlo con sé in Serie A: gli azzurri hanno visto in lui la scintilla che può aiutarli ad aprire un ciclo, conquistare quello scudetto che la città partenopea non ha ancora mai visto, solo sognato.
Da subito si capisce che scommettere su Bruscolotti è la mossa giusta, lì dietro la squadra anche e soprattutto grazie a lui fa un salto di qualità importantissimo, è il trascinatore del reparto arretrato e dopo i primi anni di assestamento arrivano importanti soddisfazioni: nel 1974/75 la squadra sfiora il campionato, arrivando seconda a solamente 2 punti dalla Juventus al termine di una lotta durata fino alla fine. L’anno dopo arriva il suo primo trofeo con indosso la maglia del Napoli, la Coppa Italia arrivata in finale contro il Verona, seguita qualche mese dopo da un trofeo internazionale, la Coppa Italo-Inglese, e Bruscolotti su quel trofeo mise la firma segnando in finale contro il Southampton. Diventa l’idolo assoluto dei tifosi che gli danno anche il soprannome o palo ‘e fierro – il palo di ferro – proprio per la sua incredibile forza fisica che gli permetteva spesso di restare in piedi dopo un contrasto, mentre gli avversari cadevano al suolo come se si scontrassero proprio con un palo di ferro. Diventa capitano della squadra nel 1978, cede la fascia nel 1980 e se la riprende nel 1983, tutti anni in cui lui è una colonna portante e il Napoli arriva molto spesso a ridosso della top 5 in campionato. Ma manca qualcosa, manca la ciliegina sulla torta rappresentata da quello scudetto che per i tifosi vorrebbe dire tutto, e per raggiungerlo il Presidente Ferlaino decide di calare l’asso di bastoni.
L’ARRIVO DEL PIBE DE ORO
Il gap con le big viene sensibilmente colmato quando a Napoli nell’estate del 1984 arriva Diego Armando Maradona, il giocatore più forte del momento che veniva da anni al Barcellona in cui aveva regalato spettacolo. Ora non ci si può più nascondere: l’obiettivo è primeggiare, Bruscolotti questo lo capisce e diventa uno degli uomini più vicini al fuoriclasse argentino, stringendo con lui un legame di amicizia che resterà negli anni anche quando i due non condivideranno più lo spogliatoio; i due oltre a starsi simpatici condividono la stessa fame di vittorie, Maradona vuole portare Napoli in alto per entrare nella leggenda, Bruscolotti vuole quel tricolore che sarebbe il coronamento di una carriera già da grandissimo ma a cui manca l’ultimo tassello. Per i primi due anni di Diego a Napoli il colpaccio manca ancora, ma per gli azzurri la svolta arriva indirettamente nell’estate 1986, quando Maradona cambia la storia del calcio e vince i Mondiali con una modesta Argentina da trascinatore totale e fissando un nuovo paletto, un nuovo metro di paragone per la sua generazione e quelle a venire: vedendo le immagini di Maradona festante con la coppa in mano la dirigenza capisce che bisogna battere ferro e caricare ancora di più il proprio numero 10, responsabilizzandolo ancora più di prima, bisogna dargli la fascia da capitano; la decisione viene comunicata a Giuseppe, e la sua risposta è incredibile, quasi spiazzante, da leader vero: “tranquilli, volevo già dargliela io”. Capisce che per far fare un passo avanti alla squadra ne deve fare uno indietro lui, e lo fa senza pensarci un attimo, ha la sensibilità di capire il momento e che può essere un’occasione unica per dare carica a Diego nell’apice della sua carriera, e al contempo stesso Bruscolotti in campo anche se non più capitano non molla di un centimetro e disputa una stagione da gigante; 1986/87, il Napoli ce l’ha fatta, oltre a conquistare un’altra Coppa Italia ha vinto il primo scudetto della sua storia al termine di una stagione leggendaria.
Giuseppe Bruscolotti entra definitivamente e in maniera indelebile tra i giocatori più importanti nella storia del Club e del calcio campano, è finalmente riuscito a conquistare lo scudetto per così tanti anni inseguito e lo ha fatto da protagonista, e come nella più poetica delle narrazioni questo è anche sportivamente il suo canto del cigno: il tempo passa per tutti, e dopo un’altra stagione vissuta però con poche presenze per il fisico calante e con un secondo posto in campionato dietro allo storico Milan di Sacchi, Bruscolotti alla fine della stagione 1987/88 appende gli scarpini al chiodo. Un nome che rimarrà per sempre impresso nelle menti dei tifosi azzurri, un uomo al servizio della sua squadra che ha mostrato lealtà, sacrificio, leadership, intelligenza e sensibilità per arrivare all’obiettivo comune di un popolo intero: questa è la leggenda dell’indimenticabile palo ‘e fierro.
