Ho pianto, pianto come un bambino (e non me ne vergogno) quando ho appreso della notizia della morte di Diego. I ricordi cominciano ad accavallarsi nella mente, dalle videocassette che tuo padre ti ha messo davanti fin da piccolino ai racconti di chi lo ha visto giocare, dalle immagini di un San Paolo stracolmo di gente sino ai due gol nel Mondiale dell’86 in Messico. E poi tua madre che ti mostra una foto che ebbe la fortuna di scattare col più grande di tutti i tempi. Non sai da quale ricordo partire, cerchi di riordinarli al meglio, perché quando scrivi di Maradona non deve sfuggirti nulla. L’ultimo è quel 5 luglio del 2017, quando Diego ricevette la cittadinanza onoraria, riabbracciando la sua Napoli ancora una volta. Una Napoli che el pibe de oro ha difeso, nel calcio e nella vita. Una città che in lui si rivedeva, che aveva adottato quel bambino di Villafiorito, con un destino già scritto, semplicemente diventare il più grande di tutti i tempi.
Perché quel “ma a Napoli abbiamo avuto Maradona” era sulla bocca di ogni ragazzino, quando i tuoi amici ti parlavano di Juventus, Inter e Milan, non è mai mancato. Come un avvertimento di non azzardarsi al confronto. E nella ingenuità del tuo amore per Diego, trasmessoti da chi realmente ne ha apprezzato la sua sublime arte, c’è della sincera verità. Il rapporto instaurato con la sua gente, una cittadinanza ‘napoletana’ più che argentina, l’incarnazione di un difensore della patria, di un dio sceso in terra esclusivamente per rappresentare quella Napoli degli anni ’80 e per segnare inevitabilmente il calcio, di questa città e del mondo. Una palla attaccata al piede sinistro, 80’000 anime che gridano il tuo nome e una città che di fronte alle sue magie si dimentica i problemi della vita, la fatica di vivere in una città da sempre denigrata e calpestata da luoghi comuni.
Maradona ha rappresentato la rivincita di un popolo intero: non è solo l’Argentina che si ribella all’Inghilterra, è Napoli, insieme al sud, che si ribella allo strapotere del nord. E’ stato, ed è, il grido di un popolo che non morirà mai e che ha trovato in un calciatore meravigliosamente divino lo spiraglio per urlare una rabbia che non gli è mai appartenuta. Come una pentola a pressione che prima o poi esplode. Ma che esplode di gioia. Come fai a dimenticare la Napoli dei due scudetti? Come dimentichi il racconto con gli occhi ludici di chi ha respirato pura vita in quei giorni? Un urlo liberatorio, la possibilità finalmente di avere voce in capitolo, un modo di dire ‘adesso tocca a noi’. Come le cinque giornate di Napoli, come la ricerca della propria libertà. Come a dire ‘Aggià sfugà (‘devo sfogare’), come il segnale dato dal comandante di un popolo. E quando viene a mancare il tuo condottiero, ti senti d’aver perso punti di riferimento.
Diego ha trascorso la sua vita con il piede sull’acceleratore. Sfuggiva agli avversari in campo, saltati come birilli, illuminati, allibiti da quanta bellezza potesse rappresentare il calcio quando a toccare il pallone c’era Diego. Mentre sfuggiva agli avversari, Diego sfuggiva pian piano alla vita. E’ stato chiamato cocainomane e drogato, gliene hanno dette di tutti i colori. La realtà, però, è che il pibe ha semplicemente scelto di vivere la sua vita sempre e solo come voleva, nel bene e nel male, con la consapevolezza di aver addosso i riflettori di ogni palcoscenico, ovunque andasse. E quando la Gazzetta dello Sport intitolò a lui una collezione citando la frase ‘Non sarò mai un uomo comune’ fu scelto, col senno del poi, il titolo perfetto. Maradona è due lati di una medaglia d’oro: nel privato, il più (meravigliosamente) comune degli uomini, un libro senza filtri, senza metafore o similitudini, e senza ipocrisie, la sincera consapevolezza di non essere perfetto – d’altronde, chi lo sarebbe?; da un lato un dios umano, la certezza di avere nei piedi un dono che tutt’era men che umano. La consapevolezza di rappresentare per tutti quelli che lo hanno amato un vero e proprio dio, per Napoli una reliquia. Ché quando il Napoli entrava in campo ancora lateralmente, sulle scalinate da cui lo stesso Diego salì al giorno della presentazione, il bacio sul suo ‘santino’ e il segno della croce erano obbligatori. Avevi, insomma, una umana e religiosa benedizione per salire a giocare al San Paolo.
Ti si sbiadiscono i colori di una Napoli più triste che ha perso uno dei suoi figli più cari. Sei consapevole di aver vissuto negli stessi anni di vita di un calciatore che ha fatto la storia del calcio giocato, ed è stato, e sarà, il calcio giocato. Senti come se si fosse spezzato qualcosa col tuo passato, come se avessi perso una parte di te. Maradona è stato una di quelle storie che sai essere vera, ma che sai essere rivestita di un’aura quasi spirituale. “Ma hai capito chi è esistito?! Ma hai capito che ha fatto?!”. Domande quasi incredule. E quando tutti gli amanti del calcio, quando una Napoli intera si riversa sui social piangendo il calcio, piangendo Diego, capisci che sì, è stato artista di un qualcosa di grande, che ha creato un capolavoro, che c’è qualcosa di Divino nel suo rapporto con la gente napoletana, nei racconti di ogni calciatore che ha avuto la fortuna di incontrarlo (sfortunatamente) sul terreno di gioco. Lo sai, lo so io, lo sappiamo tutti. C’è qualcosa di forte, che ti prende lo stomaco, che parte dal basso ventre e manda in tachicardia il cuore. E lo sappiamo che, per quanto le abbia scelte accuratamente, le parole non basteranno mai per descrivere quanto Diego Armando Maradona ha significato per noi.
E che non si discuta, Maradona è meglio e Pelé…
Diego Armando Maradona e la morte del Calcio: una vita col piede sull’acceleratore
