Il crollo disastroso del Napoli: la mancanza di identità, gioco e mentalità

Sei sconfitte nelle 18 gare disputate, sesta posizione in classifica con alle spalle la sconfitta di una finale di Supercoppa. Il Napoli di Gattuso attraversa probabilmente il momento più burrascoso della sua gestione. Quando andò via Ancelotti, si pensò che la svogliatezza vista sul terreno di gioco fosse acqua passata e che al leader calmo dovesse subentrare un tecnico che ha fatto della grinta il centro della sua carriera calcistica. Quante volte si è sentito parlare di veleno? Quante volte il Napoli ha peccato in cattiveria agonistica, in determinazione di portare a casa il risultato?. No, non è solo un problema di un campionato anomalo, nel quale le partite distano al massimo 3 giorni l’una dall’altra. C’è altro, e l’altro è da individuare in molteplici fattori che hanno fatto scivolare il Napoli, squadra con un organico che, nel complesso, non ha così tanto da invidiare a squadra che le sono avanti.

Di chi è la colpa? Ché in queste situazioni un qualcuno che si prenda delle responsabilità c’è sempre. Gennaro Gattuso ha già ammesso le sue nella conferenza stampa post-gara contro il Verona. Rino è un uomo che ha dato tanto al Napoli, facendola risollevare con la vittoria in Coppa Italia e facendosi amare come uomo disposto a metterci sempre la faccia. Tuttavia, i limiti calcistici sono evidenti: questo Napoli non ha anima, non ha gioco identità. E sul terreno di gioco aleggia l’undici in campo di Ancelotti che a Udine si passavano il pallone come giocassero nei vicoli di questa città meravigliosa. Ma le colpe non sono mai da individuare in una persona soltanto. Dov’è De Laurentiis? C’è qualcuno che possa far luce pubblicamente sul momento che questa squadra sta vivendo? Quali sono gli obiettivi di questa rosa? Non appare azzardato un ritorno in Champions quando si perde in casa contro lo Spezia, si pareggia con il Torino e si perdono scontri importanti contro Milan, Lazio e Inter (un’incognita la gara da recuperare contro la Juve)? Mistero, direbbe qualcuno.

Il gruppo squadra che Gattuso ha a disposizione ha un grave difetto: non c’è un leader, e quello che conosciamo come capitano, in realtà, capitano non lo è. Non è un’accusa, ma solo costatazione dei fatti. Lorenzo Insigne non ha la stoffa per essere leader e non sposta gli equilibri da un punto di vista caratteriale. Accusare il talento di Frattamaggiore è ingiusto, non perché i rigori li sbagliano tutti, ma perché bisognerebbe chiarire ulteriormente che non è un fenomeno. Non è Maradona, nemmeno Baggio, e questo lui lo sa. Ridimensionare la figura di Insigne non significa attaccarlo, ma farlo lavorare al meglio delle proprie possibilità con qualche pressione in meno di un ambiente caloroso, come quello napoletano, che dal 24 si aspetta quasi sempre il miracolo di San Gennaro. Insigne è il perno del Napoli, ma non è un fenomeno: criticarlo ci sta, come criticare i vari Lozano, Mertens, Koulibaly, Bakayoko. Capire questo prima possibile significa mettere Lorenzo nelle migliori condizioni per farlo brillare come prima.

Ma al Napoli non manca soltanto un leader. Mancano ambizioni, personalità, carattere e voglia di scendere in campo sempre per vincere. Manca quella mentalità che ha una squadra come il Milan, la cui voglia di ritornare ai tempi d’oro si riflette nella figura di Zlatan Ibrahimovic. Lo svedese ha ridimensionato un ambiente e fatto ritornare il diavolo ad essere Campione d’inverno dopo 10 anni. Una mentalità, quella azzurra, la cui mancanza non è certo colmata da idee tattiche ben chiare. Un 4-2-3-1 che ha più snaturato che aiutato il gioco azzurro, l’unica componente sulla quale il Napoli degli ultimi anni può far affidamento. Come una giostra i cui cavalli vanno a ritmo di musica d’un’altra età, un meccanismo in cui se gli ingranaggi sono un po’ arrugginiti mettono in crisi tutto il sistema. Il Napoli viene meno nelle fondamenta di questa squadra che, malgrado certe assenze, dovrebbe dimostrarsi superiore sulla carta a squadre come Torino e Spezia. Nessun può metter bocca sulle conoscenze calcistiche di Gattuso – inutile improvvisarci tutti allenatori – ma ciò che so può mettere in evidenza è che certi calciatori come Fabian Ruiz stanno rendendo meno nel ruolo che il tecnico ha rivestito loro. Poche idee, anche confuse, che si traducono nella confusione che questa società sta vivendo.

Non urge una rivoluzione, urge innanzitutto chiarezza nel progetto che questa società sta perseguendo. Che se dicessero che il Napoli ha l’obiettivo dell’Europa League, nessuno si stupirebbe dell’andamento. Ma l’obiettivo dichiarato del Napoli è quello del ritorno in Champions, e perseguirlo così non porta a raggiungerlo. Tempo di riflessioni in casa Napoli, questo senza dubbio. Prima di parlare di esonero, bisognerebbe analizzare più fattori. Questa squadra ha bisogno prima di ritrovarsi come gruppo e come voglia di portare a casa i risultati: ché se accadesse, le partite le si vincerebbe anche quando non si esprime al meglio un buon calcio. Ma se alla poca chiarezza nelle idee tattiche si aggiunge la svogliatezza – questa è l’impressione che abbia tutti – si finisce per dar vita ad un meccanismo che non conosce nemmeno il motivo della sua esistenza. Un po’ come se non si conoscesse nemmeno il perché del dover scendere in campo. Urge un confronto, urge un gigantesco tavolo sul quale finiscano imputati calciatori, allenatore e presidente, nella sola volontà comune di tornare a far brillare il Napoli. Perché questo non è il Napoli che conosciamo, non è il Napoli che fa dimenticare per un po’ le difficoltà di ogni tifoso azzurro col suo divertire e saper divertire.