L’ANALISI TATTICA – Il Benevento e l’equilibrio: da realtà concreta ad utopia fra 4-3-2-1 e 3-5-2

Da inizio stagione il Benevento di Inzaghi è sempre andato alla ricerca dell’equilibrio, cercando di spaventare le squadre di A dapprima con un assetto piuttosto offensivo. Il pressing visto con squadre come Roma e Inter, però, si è rivelato spesso un harakiri e i giallorossi concedevano così ripartenze pericolose agli avversari. Specie se contro poi hai squadre di qualità: ed è quanto successo anche in alcune delle ultime sfide, quelle cioè contro Sassuolo e Lazio. A cambiare l’atteggiamento tattico dei giallorossi è naturalmente il passaggio dalla difesa a 3 alla difesa a 4, dilemma (forse un po’ sciolto) che ha da sempre messo in crisi i pensieri del tecnico piacentino.

3-5-2. Ciò che è subito balzato alla mente dai primi minuti della sfida contro l’Udinese è la costatazione del fatto che il Benevento preferisse quasi sempre lasciare il pallino del gioco in mano a De Paul e compagni. Circostanza che l’argentino ha subito sfruttato lanciando Molina nella rete del vantaggio bianconero, a soli 4 minuti dall’inizio del match. Che l’assetto del 3-5-2 abbia dato più compattezza difensiva è fuori discussione, ma ciò che stupisce è che questa compattezza difensiva si è rivelata caratteristica di un atteggiamento più da neopromossa che non. Pochi squilli davanti in ripartenza nella volontà di pensare prima a non prender gol e poi a creare occasioni difensive. Fatto sta, però, che nell’ultima gara (tra l’altro decisiva per il prosieguo della stagione giallorossa, nonché della salvezza) l’Udinese è andata al tiro 4 volte, trovando la doppia rete nei primi due tiri nello specchio di Montipò, dato a tutto svantaggio di quell’assetto tatti che servirebbe a preservare, con una linea a 5, il punteggio. Un punteggio che, se preservato come si deve, lascerebbe poi spazio a ripartenze sulle punte grazie alle qualità di Schiattarella e Viola, principali uomini-regia del centrocampo sannita.

4-3-2-1. A tutti appare ovvio che l’inserimento di due calciatori più offensivi, a discapito di quegli esterni di centrocampo che si abbassano in fase di copertura, rende chiara la volontà di far più male in fase offensiva, rinunciando a lasciare sempre le chiavi della gara agli avversari. Quando il Benevento ha cambiato, spesso, ha dimostrato di poter essere una squadra pericolosa in grado di mettere in difficoltà persino Lazio o Roma. Ciò che è degno di nota, però, è che un dettaglio non da poco. Le streghe si sono quasi sempre svegliate tardi, adottando un assetto più offensivo e di padronanza del terreno di gioco quando ormai il punteggio sembrava più difficile da riporre a proprio favore. Come si è già voluto sottolineare nel precedente articolo di questa rubrica, il 3-5-2 resta il modulo ideale per non scoprirsi troppo – le gare contro Sassuolo e Lazio la dicono lunga su quanto i sanniti possano concedere senza i quinti di centrocampo.

Tuttavia, è anche vero che quanto detto da Inzaghi – cioè che il 3-5-2 non è un assetto difensivo – è più vero nelle parole che nei fatti. Il Benevento, così, si è spesso trovato a lasciar giocare spesso gli avversari e, se a ciò non si accompagna un’attenzione difensiva vista spesso contro le big, appare chiaro che la gara diventa (specie se si considerando fattori come la pressione e la difficoltà di rimanere calmi sotto un punto di vista mentale) facilmente in salita.

Quello scudetto-salvezza appare ora, per responsabilità specialmente della società sannita, un po’ più utopia. Costatazione che ha un sapore piuttosto amaro specie se si considera il vantaggio che gli uomini di Inzaghi erano riusciti a maturare sulle inseguitrici (vantaggio certamente dovuto anche alle tante cadute di squadre che hanno un organico superiore). Al di là delle vittorie contro Genoa, Fiorentina ed Udinese, in casa e nelle trasferte di Udine e Firenze, e ad eccezione della gara della Sardegna Arena del 6 gennaio (unica vittoria insieme all’impresa dell’Allianz), il Benevento ha: pareggiato entrambi gli contri contro il Parma, perso in casa contro lo Spezia e pareggiato in Liguria, perso a Crotone, pareggiato al Vigorito contro il Torino, pareggiato a Marassi contro il Genoa e perso in casa contro la Fiorentina. Un andamento, senza ombri di dubbi, da retrocessione, epilogo tanto triste quanto pericolosamente concreto in vista delle ultime sfide di campionato.

Difficile dire cosa sia successo al Benevento: se gli uomini di Inzaghi sono riusciti a fermare delle big come Juventus, Lazio e Roma, nonché a spaventare squadre come il Napoli, un motivo dev’esserci ed è sicuramente racchiuso nella qualità che continua ad esserci nell’organico sannita. Forse ciò che più ha condizionato i giallorossi è stata proprio la costante ricerca di un equilibrio, a volte trovato, a volte no. Equilibrio tattico, ma anche mentale. Perché ciò che è sembrato mancare nella sfida con l’Udinese è quella unione di gruppo, quello spirito di sacrificio che avevano caratterizzato sin dall’inizio questa squadra, che si imponeva fermamente la permanenza in serie A. Resta indiscutibile il valore di squadre come il Cagliari, che hanno dimostrato di poter averla vinta anche su compagini come la Roma, ma resta pure l’incomprensibile harakiri giallorosso e forse un fiato sul collo troppo fastidioso delle inseguitrici.

Ripartire dalla sfida contro il Milan è l’ostacolo più difficile da superare, e forse la fortuna è che gli uomini di Semplici debbano far tappa al Maradona di Napoli. L’ultima spiaggia per i giallorossi potrebbe essere quella di sperare di arrivare allo scontro diretto col Cagliari a pari punti e vincere necessariamente al Vigorito, sperando di non fallire nelle ultime gare contro Torino e Crotone (senza considerare la macchina inarrestabile dell’Atalanta di Gasperini). Non è detto sia tutto perduto, ma ora, contrariamente a quanto detto da Inzaghi, non si può più guardare solo in casa propria. La salvezza dipenderà anche da eventuali passi falsi delle altre squadre, comunque un appiglio di speranza per la permanenza nella massima serie.