La Campania ringrazia i suoi figli: la coppa è merito loro

L’impresa è conclusa, il meraviglioso viaggio dell’Italia ad Euro20 termina con una corona che mancava dal 1968 ed ora, ahimè per gli inglesi, è davvero tornata a casa. Una finale sofferta, nella quale siamo usciti bene soltanto nel secondo tempo, ma con grande forza, davanti a 50 000 spettatori ululanti, sprezzanti, convinti da tempo che quella finale fosse già stata scritta in loro favore. Chi poteva aspettarsi un risultato del genere? Chi, dopo la premessa degli scorsi mondiali? L’unico, quello che davvero ci ha creduto dall’inizio, il nostro c.t. Mancini,
il quale ha avuto il coraggio di raccogliere una squadra ormai in granelli di polvere e trasformarla in un titano. L’unico a credere non soltanto a questa fatica erculea, ma soprattutto alla forza dei suoi ragazzi, uomini, calciatori sui quali nomi non avremmo scommesso un centesimo all’inizio, perché esistono Lukaku, Cristiano Ronaldo, Hazard, Kane, Sterling. Beh, ci sbagliavamo, perché chiunque al posto giusto e al momento giusto può essere il migliore giocatore del mondo, ma se ci si sposta di latitudine tutto può cambiare; ed il gruppo azzurro compatto, deciso, indomabile a Wembley si proclama campione.

Eppure, se fra i nostri guerrieri c’è un nome da encomiare e da accostare , davvero, all’appellativo “fuoriclasse”, con tanto d’orgoglio campano, possiamo gridare a squarciagola: Gigio Donnarumma. No, non è un portiere, è un gigante, un ciclope, l’uomo che non solo ci ha permesso sollevare al cielo la coppa, parando i rigori di Sancho e Saka, con una disinvoltura da mani nei capelli, come aveva già fatto in semifinale con quello di Morata, ma è stato anche uno dei punti di maggior convergenza di questo gruppo, un leader di esperienza a soli 22 anni. Senza dubbio è lui l’uomo in più dell’Italia, lui che è stato nominato “miglior giocatore del torneo”.
Questa vittoria non è l’inizio di una grande carriera, è semplicemente il coronamento di un magnifico e inconfutabile talento, che ora trascina le sue orme da Milano a Parigi per un futuro più che glorioso.

Se Donnarumma è stato il perno precipuo di questa nazionale, non meno lodi s’ergono per Lorenzo Insigne,
“lo scugnizzo napoletano”, “il magnifico”, che ha incantato tutta la penisola con il suo marchio di frabbrica:
“o tiraggir”. Eppure, c’è altro oltre la sua parabola di destro, oltre il gol contro il Belgio. Infatti, nessuno come Lorenzo, si è sacrificato in quel lavoro che viene definito “sporco”, proteggendo sempre la palla in fase di costruzione, inaugurando il “triangolo” del palleggio con Verratti e Jorginho, retrocedendo sempre in difesa ogni volta fosse necessario. Sono aspetti che passano in secondo piano, quando si vede sbagliare uno stop o un tiro apparentemente semplice, ma sono l’essenza di una partita. Ora, Lorenzo è atteso a Napoli, dove dovrà affrontare la sua delicata situazione circa il rinnova, e chissà che la Serie A, dopo l’addio del portiere di Castellamare di Stabia, non perda un altro suo pupillo.

Se fino ad ora la mia penna si è dilettata a tessere le glorie dei nostri uomini, tuttavia la sua punta si ferma qui. Dunque, è con profondo rammarico che devo incidere sulla pagina il nome di un’incommensurabile quanto inaspettata delusione: Ciro Immobile. Sì, non è una novità, tutti bene o male ci siamo accorti di come l’attaccante della Lazio, dopo i due gol messi a segno ai gironi contro la Turchia e la Svizzera, abbia perduto non solo il ritmo, ma persino i tacchetti, così che quando non era “immobile” si gettava terra, forse per simulare, o forse per cercare qualche filo d’erba da mordicchiare alla Djokovic. Critica dura, lo ammetto, ma proporzionata alla delusione di non aver potuto fare affidamento su un calciatore che lo scorso anno ha conquistato la scarpa d’oro con 36 reti, un campione che tutti aspettavamo, ma che ha sbagliato stazione, lasciandoci spesso con un uomo in meno e, troppe volte, degno di sostituzione. Ciò nonostante, la vittoria è di tutti, e se in rare circostanze ha saputo rendersi opportuno, segnando o aprendo spazi ai compagni (impegno mancato spesso), il napoletano merita comunque la sua medaglia.

La Campania può festeggiare i suoi tre figli, i suoi beniamini, i quali per una ragione o per l’altra, con una marcia in più o con una in meo, hanno regalato un antico sogno ad un’itera nazione. Ora, possiamo solo applaudire e ringraziare questi ragazzi, sperando che ci facciano ancora battere il cuore, anche se con divise diverse, in attesa di rivederli insieme contro il mondo.