Il pienone di emozioni prima della sosta per le nazionali suona, normalmente, come una beffa, perché non si è mai abbastanza paghi quando c’è da assistere allo spettacolo del pallone. La doppietta di Osimhen – la seconda consecutiva – che sabato pomeriggio ha regalato i tre punti al Napoli, è stata soltanto il preludio ad una domenica che ha visto, tra le tante cose: la Roma di Mourinho dominare la Lazio di Sarri in un derby mai in discussione finito 3 a 0; la nascita certificata del “Barcellona di Xavi” che, dopo il poker del Maradona di qualche settimana fa ne mette a segno un altro, forse un po’ più rumoroso, a casa del Real Madrid di Carlo Ancelotti; la seconda sorpresa nel secondo Clasico di giornata, quello Super d’oltre-oceano, tra River Plate e Boca Juniors che ha visto vittoriosi i secondi per 1 a 0.
L’Italia campione d’Europa, da circa sei mesi, è parzialmente riuscita a cambiare la percezione della sosta: da “periodo asettico e inutile” a “frangente per godersi gli eroi della spedizione estiva”, quelli che irridevano gli Inglesi con la pastasciutta e con la forza del bel gioco. Non è tutto, perché per meriti prima e per demeriti poi, ci ritroviamo ora a prepararci a vivere la quarta sosta consecutiva con almeno una finale, anche solo potenziale, al suo interno. Nelle partite di qualificazione ai Mondiali di settembre è andato in scena il primo crocevia importante per la vittoria del girone, ovvero Svizzera-Italia – con la mente focalizzata alla splendida notte di Roma degli Europei, con i nostri vicini dominati per 3 a 0 –, ma il match si è risolto in uno 0 a 0 scialbo come il rigore tirato da Jorginho tra le mani del portiere Sommer. A ottobre, in occasione della Nations League, gli Azzurri si sono fermati al bronzo, con una semifinale persa contro i millennials della Spagna e una finalina per il terzo posto vinta come premio di consolazione. È a novembre che, tuttavia, l’Italia ha fatto vedere la versione di sé più lontana da quella ammirata in estate: la seconda partita decisiva con la Svizzera per il passaggio del turno è terminata di nuovo in parità e a deciderla è stata ancora un errore dal dischetto del vecchio faro del centrocampo del Napoli Jorginho con la corsa al primo posto e al pass per il Mondiale terminata ancor prima di aver finito gli irritanti calcoli per la classifica avulsa.
Per nostra (s)fortuna, dunque, ci aspetta una settimana altrettanto coinvolgente rispetto al weekend appena messo in archivio, dato che è arrivato il tanto atteso momento della verità, per sapere se la Nazionale di Roberto Mancini andrà ai prossimi Mondiali in Qatar. Dopodomani, allo stadio Renzo Barbera di Palermo, gli Azzurri affronteranno la Macedonia del Nord guidata dal napoletano Elmas, nella semifinale del gironcino che vede al suo interno anche Portogallo e Turchia, impegnate allo Stadio do Dragao di Oporto. Le vincenti di queste due sfide si affronteranno martedì 29 marzo alle ore 20:45 in una gara secca che l’Italia giocherebbe, eventualmente, in trasferta e che decreterà la vincente del raggruppamento, qualificandola per Qatar 2022.
Oltre ad un’Italia colorata di azzurro che può regalare un sogno calcistico ai suoi tifosi – e, di certo, non sarebbe la prima volta – ce n’è un’altra, a dir la verità senza un colore preciso, che ogni giorno offre una speranza e una nuova opportunità a chi è in difficoltà, a chi, scappando dalla guerra e dalla fame, trova un’ultima spiaggia. L’Italia che ha tanti colori, fuorché il nero fuligginoso delle bombe o il grigio delle macerie, è un paese, tutto sommato, fortunato, lontano geograficamente dai luoghi di guerra ma, allo stesso tempo, vicino, nella misura in cui spettatore interessato e parte importante all’interno di una causa soprattutto umanitaria. Sono, infatti, oltre 53.669 le persone che dall’Ucraina sono giunte in Italia con bus, furgoni e auto private, a fronte di un totale di quasi 3 milioni e mezzo di profughi (dati dell’UNHCR diffusi da Rai News con un articolo del 19 marzo scorso). Non va, inoltre, dimenticato il dato riguardante gli sbarchi dal continente africano, con circa 6270 persone che, da inizio anno, hanno cominciato una vita nuova nel nostro Paese (dato dell’Operation Data Portal dell’UNHCR aggiornato al 20 marzo scorso). Sono stati 11471, invece, gli arrivi avvenuti nel 2019. Tra loro c’era anche un sedicenne in fuga dalla Guinea e da pochissimo tempo orfano di padre, Moustapha Elhadji Cissé, che domenica sera, allo stadio Dall’Ara, ha fatto il suo esordio in Serie A con la maglia dell’Atalanta, segnando il gol dell’1 a 0 che ha deciso la gara per i Bergamaschi.
Conakry è la capitale della Guinea e la città più popolosa, la stessa da cui il giovane classe 2003 Cissé è costretto a fuggire in cerca di un futuro. È il Salento ad accogliere Moustapha e, in particolare, un mediatore linguistico senegalese di nome Niang Baye Hassane che incrocia la sua strada e scopre la sua più grande passione: il calcio. Una passione condivisa, a quanto pare, dal momento che Niang è anche l’ideatore di un progetto di accoglienza culminato in una squadra, l’ASD Rinasciata Refugees, formata da calciatori richiedenti asilo e militante nella Seconda Categoria Leccese. Due mesi fa, la svolta: il reparto scout dell’Atalanta scova questo talento che di professione fa impazzire le difese del calcio pugliese di provincia e decide di portarlo a Zingonia, dove il calcio è la materia scolastica per eccellenza. Dal 27 febbraio scorso, giorno del suo esordio nel campionato Primavera con i colori nerazzurri, Cissé è protagonista di un’incredibile escalation di emozioni: dalle reti contro Milan e Napoli – quest’ultima messa a segno lo scorso 9 marzo con uno stacco imperioso – a quella che ha trafitto Skorupski nel posticipo domenicale e che ha regalato i tre punti alla prossima avversaria in campionato della squadra di Spalletti, oltre che la gioia catartica personale di questa nuova stellina.
È bastato un quarto d’ora a Cissé per ripagare la fiducia che tutti hanno avuto in lui sin dal suo arrivo in Italia. L’ultimo, in ordine di tempo, è stato il suo allenatore Gasperini che al 65’ di una partita bloccata decide di metterlo in campo al posto di Luis Muriel. Certo, deve averne riposta anche Pasalic di fiducia in questo ragazzino per consegnargli quel pallone, al minuto 80, da spingere alle spalle del portiere, per quello che apparentemente sembrava il più facile dei rigori in movimento ma che in realtà rappresentava molto ma molto di più.
La storia divenuta favola di Moustapha Cissé assomiglia a quella di altri ragazzi che recentemente si sono affacciati al calcio italiano dei grandi, come il gambiano Musa Juwara, sbarcato a Messina nel 2016, e che quattro anni dopo, con i colori rossoblù del Bologna, è stato eroe a San Siro contro l’Inter in una gara che i ragazzi di Sinisa Mihajlovic hanno vinto in inferiorità numerica per 2 a 1. Anche il giovanissimo Ebrima Darboe, che l’anno scorso ha fatto l’esordio in Serie A con la Roma, è sbarcato in Italia dopo essere partito dal Gambia ad appena 14 anni, lasciando la sua famiglia e un clima di inenarrabile violenza.
In attesa di vederli confermarsi sui grandi campi da calcio, possiamo orgogliosamente dire che questi giovani ce l’hanno fatta e l’Italia, che ce l’ha fatta insieme a loro, continua ogni giorno a vincere.
Fonte foto: pagina ufficiale Twitter Atalanta B.C.
