In questo preciso momento storico non è facile parlare di calcio e, in generale, dello sport. Quantomeno, non è facile riuscirci con quella stessa spensieratezza e quello stesso coinvolgimento emotivo presenti soltanto sette giorni fa.
La notizia dell’attacco russo nel territorio ucraino ha scaraventato, nuovamente, il mondo nel baratro della paura e dello sconforto, a motivo di quella cosa che, per essenza, risulta tanto inutile quanto dolorosa, la guerra. A distanza di due anni, dunque, si materializza un’altra calamità che ci vede tutti coinvolti, nella misura in cui, per l’inerzia degli eventi, non possiamo non cambiare, almeno un po’, la nostra scala di valori e di emozioni con cui siamo soliti vivere.
Succede, allora, che ci si può commuovere per il gol dell’Ucraino Ruslan Malinowskyi, dello scorso giovedì in Olympiacos-Atalanta, perché messo a segno a poche ore dall’inizio delle ostilità, mentre due settimane fa neanche ci si sarebbe stupiti più di tanto per la sua “bomba” da fuori area (l’unica di cui vorremmo avere notizia) contro la Juventus, nella sfida del Gewiss Stadium. È successo che, in questo fine settimana, i simbolici cinque minuti di ritardo delle partite istituiti dalla Lega siano stati salutati più con il fastidio del “E adesso ci toccherà aspettare la fermata successiva del tram” anziché con un’effettiva riflessione sul tempo, un bene che, a qualche migliaio di chilometri da noi, qualcuno sta orribilmente rubando a qualcun altro.
Quale sarebbe, perciò, il punto, semmai volessimo cercarne uno? La cruda realtà che si sta consumando lì fuori impone un certo senso di responsabilità a tutti noi, il che non vuol dire inventarci improvvisamente un digiuno da tutte le nostre passioni, tra cui il pallone, per focalizzarci esclusivamente sui carrarmati, il nucleare e il prezzo del grano in rialzo, piuttosto impegnarci a dare alle prime il giusto valore, affinché possano fungere da strumento per trasmettere dei messaggi di speranza, innanzitutto a noi stessi.
Chi del calcio ha fatto la sua Bibbia e il suo personale veicolo di valori e stile è, sicuramente, Roberto De Zerbi, ex trequartista, tra le tante squadre, di Napoli e Avellino. Con la maglia dei Partenopei ha disputato 33 partite dal 2006 al 2008, mettendo a segno anche tre reti, mentre con i Lupi vanta quindici presenze in Serie B, nella stagione 2008/2009, e cinque gol. È da allenatore che, tuttavia, De Zerbi raggiunge la sua notorietà, diventando, prima, astro nascente e, poi, rappresentante più autorevole, insieme al CT omonimo Mancini, di una nuova era del gioco italiano del calcio. Importante è stata la gavetta dell’allenatore bresciano, orgogliosamente condotta andando su e giù per lo “Stivale”, dalla sua provincia bresciana, nella Serie D, fino a Foggia, nel campionato di Lega Pro. Brucia le tappe il piccolo genio – come veniva soprannominato da calciatore in onore della stella del Milan Dejan Savicevic – che, grazie alla chiamata, nel 2016, dell’allora presidente del Palermo, il compianto Maurizio Zamparini, salta dalla Serie C alla Serie A. Un anno dopo, il presidente del Benevento Vigorito gli affida la panchina del Benevento, neopromossa tra i grandi, ed è proprio in questa circostanza che qualcuno comincia a vedere in lui i tratti del predestinato, nonostante i soli 21 punti conquistati con le Streghe in poco più di sette mesi e la retrocessione in B. Dopo una retrocessione sfiorata con Bucchi e Iachini e, soprattutto, con la bussola del bel gioco sparita, è il Sassuolo a scommettere sul giovane Roberto come nuovo allenatore. Il debutto sulla panchina neroverde è da sogno, con una vittoria sull’Inter nella prima giornata di campionato 2018/2019, il 19 agosto. Ancora di più, però, lo è il percorso triennale in quel di Reggio Emilia, con un undicesimo e due ottavi posti, guadagnati con merito, e una qualificazione in Conference League soltanto accarezzata. Ci andrà lo stesso in Europa De Zerbi, perché la scorsa primavera sceglie di sedersi sulla prestigiosa panchina dello Shakhtar Donetsk, squadra ai vertici del campionato ucraino e, soprattutto, a suo agio nel salotto dell’Europa che conta, la Champions League. Il bilancio con il club ucraino è assolutamente positivo, specie entro i confini nazionali, con una Supercoppa sollevata a settembre e un momentaneo primo posto in classifica.
La nuova avventura di mister De Zerbi, però, ha lentamente cominciato ad assumere i contorni di un incubo, ovviamente non per questioni di campo, dati i numeri, bensì per ciò che stava maturando lungo i confini, inesorabilmente riempitisi di soldati russi pronti ad un segnale dall’alto per attaccare il paese.
Nel periodo nel quale i dialoghi tra Russia e Ucraina hanno cominciato ad inasprirsi fino a degenerare, il gruppo squadra dello Shakthar era impegnato nella preparazione atletica in vista della ripresa del campionato, in programma per lo scorso fine settimana. Preparazione che è stata condotta in Turchia, con lo scopo di stare lontani da quello che, allora, era “solo” un potenziale focolaio di guerra, in un contesto che già si percepiva essere sull’orlo del precipizio e nel quale la Federazione Ucraina ha esitato fino all’ultimo a sospendere il campionato. Risultato: De Zerbi e la sua cooperativa ucraino-brasiliana del gol vengono messi in condizione di ritornare in Ucraina per giocare contro il Metalist 1925, nella gara valida per la diciannovesima giornata di Premier League Ucraina, che avrebbe dovuto disputarsi lo scorso sabato 26 febbraio. Lo sbarco della squadra in terra ucraina è avvenuto soltanto poche ore prima dell’inizio dei bombardamenti, alle prime luci dello scorso giovedì, con conseguente blocco di tutte le manifestazioni sportive e, soprattutto, segregazione di staff e calciatori all’interno di un hotel, poiché fuori stava imperversando il fuoco. Si può discutere sul tempismo assolutamente scellerato delle istituzioni sportive ucraine nel sospendere i giochi a guerra già scoppiata, ma è giusto, a mio avviso, parlare dell’uomo, dei suoi ragazzi e del rapporto che li lega che, seppur nato da pochi mesi, si configura come qualcosa di indissolubile, basato sulla fedeltà.
Fedeltà alla propria coscienza e al proprio ruolo di leader di un gruppo di lavoro e punto di riferimento dei suoi calciatori. Il tecnico bresciano avrebbe, dunque, potuto scegliere di tornare in Italia dalla sua famiglia direttamente dalla Turchia, lasciando così, i suoi ragazzi – Ucraini e non – in balia degli eventi ineluttabili, con ancora un verdetto da emanare sulla sospensione del campionato; insieme al suo staff italiano composto da otto persone avrebbe potuto raggiungere casa nel momento stesso in cui l’ambasciata italiana in Ucraina aveva lanciato l’allarme, caldeggiando un pronto rientro, ovvero prima delle esplosioni di giovedì. Ecco, non è stato così, perché questa decisione non sarebbe stata in linea con il suo codice di valori, imperniato sul concetto di gruppo, quel gruppo di ragazzi che, evidentemente, aveva bisogno ancora di lui.
Fedeltà ad un contratto. Proprio così, perché il giovane De Zerbi, quei ragazzi ancora più giovani di lui avrebbe potuto lasciarli già tre mesi fa, non per cause di sicurezza, ma perché il suo telefono aveva cominciato a squillare con insistenza. Il motivo? A Barcellona c’era da trovare al più presto un sostituito di Rambo Koeman per la panchina blaugrana. L’ex direttore sportivo del Barcellona, Ramon Planes, in una recente intervista rilasciata a Sky Sport ha parlato di Roberto De Zerbi – che due anni fa ha tenuto dei seminari sul concetto di tattica proprio presso l’Accademy del club catalano – dicendo: “Ha lo stile da Barcellona, simile a Guardiola. Per allenare il Barça devi avere questo stile, lo abbiamo seguito. Certamente posso dire che abbiamo avuto qualche contatto con lui, in futuro penso che potrà tornare di moda per il Barcellona”. Quel contatto, secondo Sportitalia, ci sarebbe stato proprio lo scorso novembre – nell’ambito di un casting tra pochi candidati che, alla fine ha visto la leggenda Xavi Hernandez avere la meglio e sedersi sulla panchina del Camp Nou – ma sarebbe stato lo stesso ex giocatore del Napoli a rifiutare, perché non ancora pronto e, soprattutto, perché non sarebbe stato giusto nei confronti dei suoi ragazzi e, per giunta, nel pieno della stagione e con un contratto in essere.
Risale a domenica 27 febbraio la notizia secondo cui “Roberto De Zerbi e i componenti italiani dello staff della squadra ucraina hanno lasciato Kiev e sono in viaggio verso un luogo sicuro, dove sono attesi nelle prossime ore. Lo apprende l’ANSA. Un ruolo determinante per questa operazione, come per altre degli ultimi giorni, è stato svolto dall’Uefa che si è costantemente tenuta in contatto con il presidente della Federcalcio, Gabriele Gravina, a sua volta impegnato nel fare da tramite con De Zerbi e i suoi collaboratori.” (ANSA). Tutto questo, non prima però, di essersi assicurati che anche i calciatori avessero la possibilità di godere di questi stessi benefici. Da un articolo della Gazzetta dello Sport uscito nella giornata di ieri si apprende, infatti, che i 13 brasiliani che giocano per lo Shakhtar sono partiti sabato per la Romania con le loro famiglie, dove sono stati accolti da Mircea Lucescu, allenatore rumeno diventato una leggenda del calcio ucraino proprio con la squadra di Donetsk.
“Noi siamo quasi tornati a casa, siamo contenti perché torniamo nel nostro Paese ad abbracciare le nostre famiglie. Ma non saremo mai felici fin quando i nostri giocatori ucraini, i nostri amici ucraini e tutto il popolo ucraino, il grande popolo orgoglioso ucraino sarà libero come noi. Stop alla guerra, subito”. Questo il messaggio del tecnico italiano rilasciato attraverso il profilo Twitter della sua squadra. Non è il messaggio di un eroe – lui stesso, del resto, non vuole che lo si chiami così – ma di un uomo che, come tanti, ha deciso di fare il suo lavoro fino in fondo e la sua testimonianza, in attesa di vederla di nuovo declinata in un campo da gioco, fa più che mai bene a questo sport. Questo è Roberto De Zerbi: una bella Pillola di Calcio in un mondo che soffre.
Fonte foto: pagina ufficiale Twitter FC SHAKHTAR DONETSK
