Pillole di Calcio – La rivoluzione “totale”. Il nuovo Manchester United di Erik ten Hag

«Football, bloody hell!»

È il 26 Maggio 1999 e al Camp Nou di Barcellona andava in scena quella che probabilmente è passata alla storia come una delle partite di calcio più incredibili di sempre: Manchester UnitedBayern Monaco, finale di Champions League. Fu una sfida a scacchi tra due maestri: sulla panchina dei Bavaresi sedeva Ottmar Hitzfeld – già vincitore della Champions League due anni prima con il Borussia Dortmund – mentre su quella dello United c’era lo scozzese Alex Ferguson. L’epilogo di quella sfida è scritto nel firmamento del pallone, con i Red Devils che, nei minuti di recupero, ribaltarono l’1 a 0 segnando con Sheringham e Solskjær, regalandosi una Coppa dei Campioni che sembrava già essere del Bayern. Quel trionfo sancì la conquista di uno straordinario triplete e a fine gara, l’artefice di tale impresa, ovvero Sir Alex Ferguson, chiosò con una delle frasi più celebri: «Football, bloody hell!». “È il calcio, dannazione”.
Da allora, per i successivi 14 anni, i Rossi di Manchester si sono piantati, insieme al loro Vate Ferguson, sul tetto del mondo, conquistando trofei su trofei – tra i quali spicca la terza ed ultima Champions vinta a Mosca nel 2008, nel derby tutto inglese contro il Chelsea – e affermandosi come la società con la comunità di tifosi più numerosa al mondo, con circa 650 milioni di supporters (dati aggiornati al 9 gennaio del 2022, fonte Money.it).

Nel 2013 avvenne, però, la svolta. Dopo 27 anni ininterrotti Sir Alex decise di lasciare il suo ruolo di manager alla guida del Manchester United, dopo 810 partite in Premier League, due Champions League, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa UEFA, una Coppa Intercontinentale, una Coppa del mondo per club, tredici Premier League, cinque FA Cup, quattro League Cup e dieci Community Shield.
Come successore, i vertici del club individuarono la figura di David Moyes, anch’egli scozzese, che ben aveva fatto in quel di Liverpool sponda Everton e che poteva aprire una nuova e duratura stagione nel solco del maestro. Risultato? Esonerato il 22 aprile del 2014 e sostituito, ad interim, da Ryan Giggs che, all’epoca dei fatti, era ancora calciatore e capitano del Manchester e quindi poteva decidere, all’occorrenza, di mettersi in campo. Quell’estate arrivò Louis van Gaal e a lui venne affidato il compito di risanare le ferite dell’anno precedente e, soprattutto, un parco di nuovi calciatori dal valore di 200 milioni di euro: Ander Herrera, Luke Shaw, Ángel Di María, Daley Blind e Radamel Falcao. In due anni, il maestro olandese riuscì a vincere solo una FA Cup, quella della stagione 2015-2016, l’ultima prima dell’avvento di Josè Mourinho. Alla prima stagione del tecnico portoghese arrivarono tre trofei, tra cui l’Europa League contro l’Ajax, ma fu l’ultimo sussulto del diavolo prima di un lustro totalmente buio, con 0 trofei, avvicendamenti in panchina – l’ultimo dei quali fra Ole Gunnar Solskjær e Ralf Rangnick – e, soprattutto, con la supremazia territoriale persa a vantaggio di un Manchester City che, a partire dal 2012 con Roberto Mancini, ha “rubato” ai rivali cittadini prima le vittorie e i trofei e, con l’avvento successivo di Guardiola, anche l’appeal e l’immagine nel mondo.

La storia dei Red Devils di questi nove anni è quella dell’involuzione calcistica di una delle potenze più grandi del panorama mondiale del Football. Una potenza che è rimasta tale ma, a quanto pare, solo da un punto di vista economico, come ben precisato da uno che conosce bene sia l’ambiente dello United che del calcio in generale, vale a dire Louis van Gaal. Nella sua intervista a The Guardian di circa un mese fa, l’attuale CT dell’Olanda ha tenuto a dissuadere gli allenatori dall’approdare in un club “commerciale” come il Manchester United, riferendosi, però, ad un tecnico su tutti: il connazionale Erik ten Hag.

Erik ten Hag è un uomo che conosce bene il significato di gavetta e, quindi, di lavoro, sia da calciatore – in una non brillantissima carriera circoscritta al campionato olandese – che da allenatore. Dopo aver militato nel Twente come difensore/mediano, ten Hag venne scelto dai Reds di Enschede per allenare le selezioni giovanili e, successivamente, per affiancare il tecnico della prima squadra. Alle esperienze come vice, sia al Twente che al PSV, seguirono quelle da primo allenatore, al Go Ahead Eagles, Bayern Monaco II dove ha avuto modo di lavorare fianco a fianco con Pep Guardiolae l’Utrecht, fino alla vigilia di Natale del 2017. Sotto l’albero, il buon ten Hag trovò, come regalo, la proposta di una leggenda del calcio olandese, Marc Overmars – lo stesso che ne favorì l’ingresso al Go Ahead Eagles –, di diventare il nuovo allenatore dell’Ajax, con l’obiettivo di far ritornare i Lancieri protagonisti, in campo, in Olanda e in Europa.

Le squadre di ten Hag hanno un’identità perfettamente riconoscibile, specie il suo Ajax, con la costruzione che deve partire necessariamente dai centrali difensivi, supportati dai terzini, ai quali non può mancare la tecnica. Il suo 4-3-3 dei primi sei mesi – conclusisi con un secondo posto in Eredivise – si evolve in un 4-2-1-3 di raro dinamismo dove, nonostante gli interpreti siano cambiati nel corso di questi quattro anni, non ha mai smesso di brillare la stella di Dusan Tadic, una delle prime richieste del tecnico olandese alla dirigenza. L’ex Southampton, nei suoi primi anni nella squadra di Amsterdam, agisce prevalentemente da falso nove, spesso arretrato per consentire la salita degli esterni d’attacco. Il risultato? Pallino del gioco costantemente in mano all’Ajax e un ventaglio di soluzioni offensive molto ampio. L’Ajax di Erik ten Hag può vantare due campionati olandesi (2019 e 2021) e un percorso incantevole nella Champions League del 2019 interrottosi solo all’ultimo secondo della semifinale contro il Tottenham e che ha visto inchinarsi il Real Madrid campione in carica e la Juventus, entrambe le squadre nei loro fortini di Madrid e Torino.

La capacità di tracciare un solco nel progetto, nelle ideologie e infine anche nei risultati, ha indotto i migliori club del mondo a mettere gli occhi sul cinquantaduenne tecnico olandese che, proprio la scorsa settimana, ha firmato il contratto con quel club “commerciale” dal quale il suo mentore van Gaal lo aveva messo in guardia, il Manchester United. Se da un lato fa specie l’audacia con cui l’olandese ha accettato questo incarico presso il club probabilmente meno allenabile del mondo in questa fase storica, dall’altro lato è perfettamente comprensibile che l’ultimo anello di quella catena arancione, nata con Rinus Michels e proseguita poi con Johan Cruijff e Louis van Gaal, che si chiama “Calcio totale”, voglia mettere le fondamenta in un terreno particolarmente sismico e costruirci su una scuola.
Se in quel di Manchester, da pochi giorni, si sentono voci olandesi, da qualche mese, invece, si parla tedesco, grazie al lavoro di Ralf Rangnick e del suo staff. Per qualcuno, il vecchio referente calcistico della Red Bull è un venditore di fumo, per altri è un rivoluzionario o, meglio, la persona più adatta per un cambio di passo rispetto al passato, limitatamente alla cultura del lavoro e non solo per quanto riguarda lo spogliatoio. I risultati attuali darebbero, certamente, ragione ai detrattori del tecnico tedesco, dal momento che i Red Devils sono sesti in campionato, a sei lunghezze, dal quarto posto, fuori da tutte le coppe e senza un’identità di gioco. Il ruolo che, tuttavia, la proprietà Glazer ha pensato per il tecnico che attualmente siede sulla panchina di Old Trafford è a lungo termine ed è quello di un consulente tecnico che possa lavorare in sinergia con ten Hag e il suo staff. La sapienza dell’ex Schalke e Lipsia è e sarà fondamentale affinché possa riassorbirsi quel male che ha colpito il club e che lo ha portato a considerare il calcio di campo quasi come superfluo rispetto a tutto il resto. A lui, dunque, il compito di dispensare razionalità e di riportare la Manchester rossa nella dimensione che più le compete. Il primo grande input che è arrivato riguarda, proprio, il campo e, nella fattispecie, i calciatori da trattare come esuberi o potenziali tali, tra cui Pogba – il cui contratto è già in scadenza –, il capitano Maguire, Fred e, clamorosamente, Cristiano Ronaldo, al quale va tutta la vicinanza del popolo degli appassionati di calcio per la tragica perdita del figlio appena nato.

Il nuovo Manchester United arriverà a configurarsi come un sistema di tre diverse culture di lavoro: quella olandese di ten Hag, quella tedesca di Rangnick e della scuola Red Bull e, infine, quella onnipresente inglese o, meglio, scozzese. Il popolo di Old Trafford non può, infatti, prescindere dal suo padre spirituale che è e sarà sempre quel Sir Alex Ferguson che 23 anni fa esclamava “bloody hell” osannando la natura diabolica di questo sport. La presenza di Ferguson è costante, anche in assenza di uscite mediatiche, e non si può non fare i conti con la sua aura assolutamente pervasiva ma il nuovo corso dovrà dimostrare di sapersi slanciare oltre i miti del passato e, soprattutto, di essere in grado di riportare il “dannato” Football al centro dell’universo dei Red Devils.

Fonte foto: pagina ufficiale Instagram Manchester United