“Sembra che la Juventus abbia già colmato il gap con l’Inter, grazie proprio alle scelte di gestione dello spogliatoio. Pertanto, dopo un anno, i bianconeri sembrano essere i favoriti numero uno per la vittoria del titolo. Difficile, tuttavia, ad oggi, pensare che i campioni d’Italia in carica possano andare incontro ad un’involuzione tale da perdere terreno, addirittura, dalle prime due posizioni. Le altre due squadre qualificatesi in Champions, ovvero Milan e Atalanta, vorranno, sicuramente, migliorare il precedente piazzamento e, per ora, ciò è testimoniato da un mercato di rara oculatezza, con i riscatti di Tomori, Tonali e Brahim Diaz e gli acquisti di Maignan, Giroud e Ballo Tourè per i rossoneri e l’acquisto di Musso per i bergamaschi. Il Napoli, di certo, non potrà che beneficiare di un effetto Spalletti, un vero e proprio fattore che fino ad ora, però, non ha goduto della risonanza che forse meriterebbe. Il gioco e il basso profilo potranno essere le carte giuste per risalire la china e rispondere agli scettici. Insieme ai Partenopei, anche Lazio e Roma sono chiamate a dare delle risposte importanti dopo i botti estivi esplosi sulle due panchine”.
Cominciamo con una bella dose di autocritica, perché è bello stilare le griglie di partenza ma, forse, al netto di qualche errore fisiologico nei pronostici, è ancora più bello spiegare perché non è andata come previsto, all’interno di un articolo che Campania Nel Pallone ha pubblicato lo scorso 27 luglio. L’analisi sul calciomercato estivo fino a quel momento culminava con una previsione sui rapporti di forza, figli anche delle scelte fatte su guida tecnica e calciatori. Ipotesi: Juve favorita, quasi per il sol fatto di aver messo nel motore quel Max Allegri che all’ombra della Mole aveva portato cinque scudetti, quattro Coppe Italia e due Supercoppa, sfiorando, addirittura, due Champions League. Risultato: Juventus quarta e, verrebbe da dire, ancora una volta per le mancanze altrui. L’aritmetica della Champions, stavolta, è arrivata il primo maggio e non alla trentottesima grazie ad un harakiri di una diretta concorrente ma non si può certo arrivare a parlare di “miglioramento” quando quelle nostre stesse premesse estive venivano suffragate e alimentate quotidianamente dalla società. Certamente ci si poteva aspettare di più dal gruppo squadra, discriminante notevole, rispetto all’ultima Juve dell’Allegri 1.0. Basterebbe citare il solo Cristiano Ronaldo, non esattamente fortunato, nell’ultimo anno, in fatto di scelte vincenti e futuribili. In ogni caso, il fuoriclasse portoghese, tornato al Manchester United ad agosto, avrebbe garantito a Max quei gol e quella leadership, quantomeno per iscriversi alla corsa scudetto. Appunto, Max Allegri, riaccolto come un profeta in patria a tal punto da rispolverare vecchi adagi quasi dimenticati come “Corto muso”, ma con una differenza: tre anni fa, nella peggiore delle ipotesi, la Juventus avrebbe chiuso il campionato da prima e con il “musetto davanti” al Napoli di Ancelotti. Quest’anno, invece, il Leitmotiv delle corse dei cavalli, nella migliore delle ipotesi, è stato utilizzato per salutare vittorie di misura della Vecchia Signora, spesso immeritate, su avversari del calibro di Cagliari, Venezia e Sampdoria. Il tecnico livornese non ha saputo valorizzare un gruppo comunque molto valido, composto da calciatori forti, punti di riferimento tecnici di loro rispettivi CT in giro per il mondo con le loro nazionali. La Juventus targata Max 2.0 non ha saputo andare oltre il concetto di “giocata” e non si è evoluta in “squadra con un gioco” e, in un calcio che impone ritmi nuovi, anche solo rispetto a tre anni fa, quello del gioco, non può essere un concetto legato solo al “Circo”, ma anche al risultato che, ricordiamo, alla Juve è l’unica cosa che conta.
Contava ripetersi anche per l’Inter, per cucirsi al petto una storica seconda stella e per dare seguito ad un ciclo di dominio nerazzurro, sulla falsa riga di quanto fatto dalla Juventus dieci anni fa, e dallo stesso biscione nel dopo-Calciopoli. Non è stato totalmente così e lo avevamo premesso. Ciò che non ancora potevamo immaginarci era che, a lasciare l’Inter – dopo Conte, Hakimi e, per cause di salute, Eriksen – fosse anche Romelu Lukaku, MVP della scorsa Serie A e leader assoluto dei Campioni d’Italia. L’estate nella Milano nerazzurra sembrava dare il là ad un ridimensionamento su tutta la linea; il campo, tuttavia, ha parlato e ha detto che, pur essendoci stato un palese indebolimento nei nomi, c’è stata un’evoluzione chiara sulla proposta, ovvero su come quei nomi hanno risposto insieme in allenamento e in partita. Merito di Simone Inzaghi e di una dirigenza che non ha mai abbandonato la squadra, anche nei momenti più delicati. Il 2021 dell’Inter si è concluso come si era aperto, vale a dire con un primato indiscusso da sublimare con la vittoria del titolo nell’anno successivo ed era anche tutto apparecchiato, con un calice d’eccezione come la Supercoppa vinta contro la Juventus. Il calcio, però, sa essere crudele: i soli sette punti raccolti tra le due soste di gennaio e marzo hanno rimesso in discussione un lavoro appena iniziato e che aveva dello straordinario. In quei due mesi, però, invece di scoprirsi inadatto è probabile che Inzaghi si sia scoperto povero di alternative, che in un tour de force tra campionato e coppe, avrebbero fatto tutta la differenza del mondo. La differenza l’ha fatta anche un dolore alla schiena ad Handanovic e il suo sostituto Radu, nel posto sbagliato (Bologna), al momento sbagliato (a dieci minuti dalla fine), tutto sommato nel periodo giusto, quando l’Inter, aveva ripreso a correre verso un titolo che, alla fine, non è arrivato. Il calcio dell’Inter di quest’anno, tuttavia, resta un manifesto di quello che l’Italia, nel suo piccolo, può, e dovrebbe, offrire in termini di proposta ad un Europa che viaggia verso il futuro. L’Inter di Inzaghi sembra essersi, quantomeno sintonizzata, su canali d’elite del calcio europeo, dove nel lessico non v’è il verbo speculare, ma entusiasmare/entusiasmarsi.
Ha entusiasmato eccome il Milan di Stefano Pioli, cominciando da quella trasferta di Lecce che aprì la stagione delle incertezze post-lockdown e chiudendo il cerchio in quel di Reggio Emilia, con un tricolore vinto grazie al lavoro. La parola chiave che accompagna il Milan è, proprio, “lavoro”, quello dei dirigenti Maldini, Massara e Moncada, senza dimenticare Boban, che due anni fa ha lasciato la scrivania rossonera, non prima di aver contribuito alla permanenza di Stefano Pioli e su quest’ultimo dovremmo dedicare una “scatola di pillole di calcio” a parte. Il tecnico ex Lazio, Inter e Fiorentina è stato quel leader silenzioso e trascinante, autorevole e arrabbiato quando serviva. La storia di questo scudetto è la sua storia: tanta gavetta, tante delusioni e, soprattutto, una ferita che sanguina ogni giorno per la perdita del suo eterno capitano ai tempi di Firenze. Quando Pioli vi dirà, con ragione, che questo scudetto è anche di Davide Astori – peraltro passato dalle giovanili del Milan –, non prendete quelle parole per mera retorica, perché certe tragedie danno un quantitativo smisurato di motivazioni per ripartire, mettendosi in discussione, e il mister parmigiano lo ha fatto di sicuro.
Il messaggio che il Milan ha gridato all’Italia intera è quello dell’amore per il calcio e i suoi valori e non è un caso che a questo progetto vincente non abbiano preso parte coloro che non hanno sentito fino in fondo l’attaccamento a questi colori, come Donnarumma e Calhanoglu, via a parametro 0, mentre sono stati grandi protagonisti giocatori come Tonali, Leao e Kalulu, dati per mediocri o per incompiuti dal resto d’Italia mentre a Milanello si lavorava costantemente, e con fiducia, per portarli al top. Risultato: il Milan ha migliorato il proprio piazzamento al secondo posto proprio grazie agli innesti del mercato. Detto di Tonali, riscattato nonostante lo scetticismo generale, due veri e propri fattori sono stati il portiere Mike Maignan – che ha messo le mani su questo titolo con parate mostruose ma anche con assist – e Olivier Giroud, con il campione del mondo decisivo in tutte e tre le sfide scudetto: derby di ritorno, Napoli al Maradona e Sassuolo al Mapei Stadium.
Pessima – o per mantenerci più equilibrati – fin troppo ottimistica la nostra previsione sull’Atalanta. E dire che non era iniziata neanche male la stagione dei Bergamaschi, che hanno persino insidiato l’allora capolista Inter tra prima della pausa natalizia. Certo, era difficile migliorare un terzo posto ma era ancor meno pronosticabile un mancato ingresso in Europa. Cosa è successo? Pancia piena per Gasp? No, semplicemente l’infermeria. Non è facile giocare su tre fronti una stagione con i tuoi uomini migliori a mezzo servizio o, peggio ancora, fuori servizio. Muriel è stato meno straripante del solito e per nulla impattante sul campionato della Dea; Gosens è stato fuori per la prima parte di stagione causa infortunio e venduto all’Inter nella sessione di mercato invernale; Ilicic, dopo aver illuminato con le sue giocate, è stato costretto al forfait da uno stato di fragilità non-fisico che ha più volte frenato il suo straordinario talento; Zapata, finché c’è stato, ha portato la squadra sulle spalle, insieme a Pasalic, capocannoniere stagionale, per una trequarti orfana di Pessina, rimasto forse a Wembley a festeggiare un Europeo, già quasi dimenticato.
Chi, dei tifosi del Napoli, si era dimenticato dell’Europa che conta, dovrà ripassare quella bella musichetta. Siamo sicuri, però, che è ben impressa nella mente del popolo azzurro, così come eravamo sicuri a luglio che dell’effetto Spalletti la squadra avrebbe sicuramente beneficiato. Il rendimento di alcuni calciatori, come Lobotka, dati per partenti, o come Mario Rui, deve far riflettere per l’impatto che il mister di Certaldo ha avuto sul modo di stare in campo della squadra. Non ci eravamo sbagliati su quello che sarebbe stato l’atteggiamento della squadra per tornare nell’elite della Serie A: operaio, di basso profilo, votato ad una proposta d’intensità e di notevole senso estetico. Un atteggiamento che ha portato, il gruppo squadra e la città, a pensare che fosse la volta buona per vincere il campionato, specie alla luce di un’Inter e una Juve che sembravano non dare totali garanzie di strapotere. Le assenze pesanti in inverno – su tutte quelle dello scheletro formato da Koulibaly, Anguissà e Osimhen – hanno fatto perdere agli Azzurri qualche punto e un primo posto ottenuto dopo una cavalcata autunnale spaventosa ma i risultati e le prestazioni non hanno mai impedito al Napoli di perdere di vista il tricolore. Questo, però, è sfuggito quando il tecnico, forte di vittorie ampiamente meritate e di un gruppo nuovamente al completo, ha, per primo, chiamato i suoi a non nascondersi più e ad “immortalizzarsi” provando a mettersi davanti a tutti.
Questo non è successo e, alla fine, il Napoli ha, comunque, conseguito l’obiettivo stagionale qualificandosi in Champions ma ha rinunciato, forse ancora una volta troppo presto, alla possibilità di riscrivere la storia vincendo lo scudetto. Perché? Perché Spalletti ha sognato ad occhi aperti e a voce alta? Forse. Ma perché allora, presso altri lidi, tutto viene detto e fatto alla luce del sole e non si ha paura di non darsi dei limiti? È difficile diventare divinità nell’immaginario popolare quando certe rivendicazioni di calcio non trovano la giusta eco sia ai vertici che nello spogliatoio.
Una chiosa sulle romane, protagoniste – ma questo è un eufemismo – di un campionato che non può lasciare nulla di buono, se non la fame per quello che non è stato, dalle parti di Formello, e una coppa, ancora tutta da vincere, dalle parti della Roma giallorossa. L’obiettivo minimo dell’Europa secondaria è stato raggiunto da entrambe ma per quello l’incostanza è tollerata. E, nel caso specifico della Roma, è tollerata solo perché c’è un “santone” in panchina che è il migliore a spostare sempre il punto di vista su arbitri e questioni non da campo. La domanda è: per quanto tempo il popolo della Lupa vorrà ancora essere abbagliato dalla luce di un uomo solo anziché accorgersi che quelli che lui mette in campo non brillano?
Se parliamo di chi ha ottenuto un posto in Europa, concedeteci un plauso alla Fiorentina, e a Vincenzo Italiano, meritatamente in Conference League e che in quella previsione di fine luglio non erano stati neanche menzionati.
