Pillole di calcio – Mino Raiola & Carlo Ancelotti. L’arte di esaltare i campioni

Correva l’anno 1992. In un campionato italiano “impoverito” dall’addio di Diego Armando Maradona, a battagliare per la leadership c’erano il Milan di Van Basten e la Juventus di Roberto Baggio, con i Rossoneri di Fabio Capello palesemente superiori e vincitori del dodicesimo titolo della loro storia. Il Napoli di Ferlaino, quell’anno, presentava in panchina il romano Claudio Ranieri e, grazie alle prodezze di Zola e di Careca, fa il suo ritorno in Coppa UEFA, classificandosi al quarto posto. In un decennio di alti e bassi, inaugurato dalla conquista del secondo scudetto azzurro, il piazzamento del ’92 costituì il punto più alto di una squadra mai realmente ripresasi dopo la fuga del suo Pibe De Oro, in quella notte del 1991. Eppure, le condizioni per poter subito aprire un nuovo ciclo vincente potevano esserci tutte. Bastava solo che il patron Ferlaino si fidasse fino in fondo di un ragazzo di venticinque anni che aveva, improvvisamente, teso una mano al presidente del tricolore. Il suo nome era Carmine Raiola e, naturalmente, non era un campione all’acme della sua carriera da calciatore bensì uno che i campioni li scovava e gli cambiava la vita.

La sua, di vita, si è conclusa troppo presto. Lo scorso sabato la sua famiglia ha diffuso, infatti, la notizia della sua morte, avvenuta presso l’ospedale San Raffaele di Milano a causa di una grave malattia, all’età di 54 anni.
A solo un anno, Raiola emigrò con la sua famiglia da Nocera Inferiore ad Haarlem, nei Paesi Bassi. Nella terra dei tulipani, il giovane Mino provò sia la vita forense che quella da calciatore ma senza troppi successi. Fu, però, il lavoro come cameriere e pizzaiolo nel lussuoso ristorante di famiglia ad aprirgli un ventaglio più grande di prospettive. Era proprio quello, infatti, il luogo più adatto per “rubare” i segreti di un mestiere complesso, dove potere, denaro e ambizioni si incrociano tra loro: l’imprenditore. A soli vent’anni, Mino Raiola fondò la Intermezzo, una società di intermediazione che gli permise di strappare un accordo con il sindacato dei calciatori per essere l’unico rappresentante dei giocatori olandesi all’estero.
Pare che Raiola fosse tifoso del Napoli o, almeno, tutto lasciava pensare a ciò, quando nel 1992, il giovane procuratore andò a bussare alla porta della società azzurra per offrirle l’astro nascente del calcio europeo Dennis Bergkamp. Non solo: il giovane Raiola si era riservato un’esclusiva per Corrado Ferlaino, ovvero, acquistare l’Haarlem – la squadra del suo paese della quale era anche dirigente – e con esso, garantirsi i migliori giovani olandesi in orbita. Questo filo diretto tra Napoli e la “giovane Olanda anni Novanta” non venne mai srotolato. Nonostante ciò, il giovane Mino conquistò lo stesso quella svolta definitiva della sua carriera, portando Bergkamp a Milano, presso la sponda nerazzurra del naviglio.

Nello stesso anno, ma lungo la sponda opposta di Milano, un’icona del calcio italiano decideva di appendere gli scarpini al chiodo all’età di trentatré anni, dopo aver conquistato, con le maglie di Roma e Milan: 4 Coppe Italia, 3 scudetti, 1 Supercoppa Italiana, 2 Coppe Campioni, 2 Supercoppe Europee e 2 Coppe Intercontinentali. Il suo nome è Carlo Ancelotti, pilastro della Roma di Nils Liedholm, del Milan, allenato prima da Arrigo Sacchi e poi da Fabio Capello, e, naturalmente, della Nazionale di Bearzot e Vicini. Gli allenatori incontrati lungo il suo percorso hanno rappresentato, per il giovane Carlo da Reggiolo, l’esatto equivalente di ciò che gli imprenditori a cena nel ristorante di Haarlem hanno significato per Carmine da Nocera Inferiore: tante fonti preziose da cui attingere insegnamenti diversi, da mettere a sistema, e utilizzare al momento giusto.
Il momento giusto, per Ancelotti, di sostituire gli abiti da calciatore con quelli dell’allenatore arrivò subito, con Arrigo Sacchi – nel frattempo diventato commissario tecnico della Nazionale Italiana – che lo scelse come suo vice. L’esordio da primo allenatore avvenne sulla panchina della Reggiana, in Serie B, nella stagione 1995-1996. Dopo un inizio stentato la squadra emiliana inanellò una serie di vittorie che la portarono ai vertici della classifica e, infine, in Serie A. Dopo solo un anno con i colori granata della Reggiana, Ancelotti si trasferisce sulla panchina, sempre emiliana, del Parma, con campioni del calibro di Hernan Crespo, Enrico Chiesa, Lilian Thuram e Gianfranco Zola. In due anni conquistò un secondo posto e una qualificazione in Champions League. L’ulteriore salto di qualità compiuto passando alla Juventus nel 1999 – dove l’anno successivo sfiorò uno scudetto – è solamente il preludio ad un ventennio di conquiste in giro per l’Europa, cominciato il 5 novembre 2001, quando il presidente del Milan Silvio Berlusconi lo designò come sostituto di Fatih Terim sulla panchina del diavolo. La carriera dell’allenatore italiano più vincente parte, di fatto, dalla sua Milano e dal suo Milan ma, soprattutto, è una carriera che parla cinque lingue diverse – due in meno dell’altro protagonista della nostra storia, conoscitore anche dell’olandese e del portoghese – e parla di: una Coppa Italia, un campionato Italiano, una Supercoppa Italiana; una Community Shield, una Premier League e una Coppa d’Inghilterra con il Chelsea; una Ligue 1 con il Psg; una Liga, una Coppa e una Supercoppa di Spagna con il Real Madrid; due Supercoppe di Germania e una Bundesliga con il Bayern Monaco; tre Champions League, 3 Supercoppa Uefa e 2 Coppe del Mondo per club  conquistate sulle panchine di Milan e Real Madrid.
Questo palmares spaventoso dell’allenatore italiano è aggiornato a soli tre giorni fa, quando il suo Real Madrid 2.0 si è laureato campione di Spagna battendo l’Espanyol per 4 a 0 e conquistando la trentacinquesima Liga. Non solo, il successo dello scorso sabato consente a “Re Carlo” di diventare il primo tecnico capace di vincere il campionato nei cinque più grandi paesi calcistici d’Europa. Il rischio, però, è quello di vedere la bacheca del tecnico emiliano ingrandirsi ulteriormente. Domani sera, infatti, il Real Madrid, giocherà il ritorno contro il Manchester City, al Santiago Bernabeu, per l’accesso alla finale di Champions League di Parigi del prossimo sabato 28 maggio.

Quelle di Mino Raiola e Carlo Ancelotti sono due vite estreme, parallele ma che, come nel caso di sistemi geometrici non euclidei, sono destinate ad incrociarsi in almeno un punto, “quel punto” decisivo che loro due hanno in comune e che sarebbe troppo riduttivo chiamare solamente “calcio”. La loro è, più nello specifico, un’attitudine innata a creare legami autentici con i calciatori. Anche in questo caso, è doveroso precisare che la predilezione è tutta rivolta verso quella minoranza di calciatori capace di fare la differenza. Pare sussistere una strana corrispondenza biunivoca tra il campione e certe figure esterne al rettangolo verde che porta entrambi a scegliersi e a non voler più fare a meno l’uno dell’altro.
Così è stato, ad esempio, tra Mino Raiola e un giovane svedese dal carattere difficile che, con la maglia dell’Ajax, illuminava gli stadi olandesi: Zlatan Ibrahimovic. A quella vecchia volpe di Raiola bastarono un sushi e qualche insulto greve ben assestato per entrare nel cuore di quel ventiduenne che già sapeva mettere in riga chiunque. Non Mino, evidentemente, uno che di ristoranti e di uomini vincenti se ne intendeva eccome. Pareva saperne molto anche di artisti e di opere, il procuratore italo-olandese: celebri, infatti, sono gli accostamenti di alcuni dei suoi assistiti ad opere che hanno fatto alla storia dell’arte. Nel febbraio del 2020, intervistato dal portale belga Sport Voetbal Magazine, Mino definì Paul Pogba come con quadro di Van Gogh o di Basquiat, un artista espressivo molto ribelle, mentre accostò il difensore juventino Matthijs De Ligt ad un quadro di Rembrandt, in particolare Ronda di notte, perché emerge all’improvviso a sventare minacce nella sua area di rigore. Celebre, inoltre, anche il paragone tra Gigio Donnarumma e Amedeo Modigliani fatto in occasione di un’intervista rilasciata nel 2015 a Premium Sport.
Sono stati innumerevoli, invece, i pesi massimi di questo sport passati sotto la gestione Ancelotti. Detto già dei “grandi” allenati in quel di Parma, risulta molto difficile e dispendioso, in termini di righe e di tempo, elencare tutti quelli delle annate successive. Non si può non nominare Zinedine Zidane, un suo figlioccio calcistico, soprattutto per ciò che concerne il mestiere dell’allenatore. Il fuoriclasse francese, oltre ad essere stato allenato da Carletto alla Juve, è stato il suo vice nella stagione della decima Champions conquistata sulla panchina del Real nel 2014. In circa otto anni di Milan, il tecnico emiliano ha lavorato e vinto con gente illustre del calibro di Dida, Nesta, Maldini, Cafu, Rui Costa, Pirlo, Seedorf, Kakà, Schevchenko, Ronaldo il Fenomeno e Ronaldinho. Anche a Londra la connessione con campioni come Cech, Terry, Lampard, Ballak e Drogba scattò immediatamente, così come immediato fu il feeling con Nasser Al-Khelaifi e Florentino Perez, che gli affidarono rispettivamente il Paris Saint Germain e il Real Madrid, e con essi, geni assoluti come Ibrahimovic, Modric, Cristiano Ronaldo e, soprattutto, Karim Benzema. Con il franco-algerino del Real Madrid, Carlo Ancelotti, condivide un rapporto di amore che pare tradursi, gestione dopo gestione, e partita dopo partita, in un concentrato di grazia e magia che, chi ama questo sport, non può non notare. Basti pensare che, solo in questa stagione, Karim The Dream rischia seriamente di eguagliare e superare quota 46 gol, ovvero la somma di reti messe a segno nelle due stagioni con Ancelotti tra il 2013 e il 2015.
La storia di questi legami, e dei trofei che ne sono scaturiti, dimostra chiaramente che l’habitat naturale di alcuni tecnici è quello di chi vive per la pressione di mantenersi al vertice, piuttosto che di raggiungerlo. Ecco perché, probabilmente, e con profondo rammarico, Ancelotti non ha lasciato il segno all’ombra del Vesuvio. Di sicuro, con il senno di quello che poi è accaduto, lo status complessivo dello spogliatoio del Napoli – così come quello dell’Everton, allenato subito dopo gli Azzurri – non è mai stato adatto per un tecnico per il quale, i pregi, spesso, coincidono con dei difetti che diventano evidenti solo se illuminati da una certa luce.  
Al netto, dunque, di limiti esistenti, che per entrambi investono, di sicuro, il piano caratteriale, non si può negare che Mino Raiola e Carlo Ancelotti siano dei referenti autorevolissimi di due declinazioni di calcio che appassionano costantemente gli amanti di questo sport: il pallone che rotola e i calciatori che cambiano casacca. Anche per questo motivo, non esistono, probabilmente, due personalità così diverse. Tuttavia, per due motivi altrettanto differenti, il destino ha deciso, in un caldo sabato primaverile, di incrociare per un’ultima volta le loro storie, portandole alle luci della ribalta, perché è così che il calcio o, meglio, che la storia si comporta con i suoi immortali miti.

Foto Ancelotti: profilo ufficiale Real Madrid