Pillole di Calcio – Spazio a Erling Haaland. Un’aurora boreale nelle mani di Pep Guardiola

Ci sono connubi che hanno segnato la storia del calcio e che hanno sublimato concetti di cui oggi, quasi, si abusa. Ci sono date da cerchiare in rosso perché evidentemente segnano il passaggio da un prima a un poi nel corso del quale “quella cosa” non è più la “stessa cosa”. La data X è il 2 maggio 2009. In un caldo sabato primaverile la cattedrale del Santiago Bernabeu ospita il Clasico tra il Real Madrid del traghettatore Juande Ramos e il Barcellona del giovane e carismatico Pep Guardiola, già vincitore nella sfida d’andata. La gara si risolve in uno storico fracaso per i padroni di casa, con il Barcellona che si impone per 6 a 2 e si porta a casa lo scudetto e gli onori. In quella partita, i Blaugrana di Puyol, Xavi, Iniesta, Henry, Eto’o e Messi – che dopo poche settimane avrebbero vinto anche la Champions League – impressionarono per il modo di schierarsi in campo e di irretire gli avversari con i loro movimenti. Come punta centrale del tridente d’attacco fu scelto, infatti, Leo Messi, coadiuvato, sugli esterni, da Henry e da un centravanti naturale come Eto’o che, tuttavia, avrebbe conquistato i prossimi due Triplete, con Barcellona e Inter,da esterno, e non solo avanzato.
Per vincere quella partita Pep Guardiola pensò di occupare maggiormente il centrocampo creando una superiorità non solo numerica ma anche tecnica e quindi di possesso. Studiando il Real Madrid si evinceva, infatti, che la distanza che c’era tra i centrocampisti e i difensori blancos era molto ampia e quindi facilmente occupabile nella zona centrale dal miglior palleggiatore avanzato: proprio Messi che, dunque, non aveva compiti di boa ma di rifinitore, oltre che di finalizzazione. In alternativa, la linea dei tre attaccanti catalani, nell’arretrare, trascinava con sé i difensori madrileni, con Fabio Cannavaro e Sergio Ramos su tutti, lasciando un spazio totalmente vuoto che, per velocisti come Eto’o, Henry e Messi era un gioco da ragazzi (ri)occupare per andare, così, ad attaccare la porta indisturbati.


Questo disegno tattico è stato riproposto nei successivi anni da Pep, nonostante i continui avvicendamenti di interpreti intorno a Messi. L’estate successiva, infatti, i Blaugrana spesero una cifra record per portare Zlatan Ibrahimovic al Camp Nou, e promossero Pedro dalla cantera; un anno dopo si assicurarono dal Valencia David Villa; nel 2011, invece, acquistarono dall’Udinese Alexis Sanchez. In un quadriennio in cui il mercato e il vivaio hanno garantito a Guardiola alcuni tra i più grandi attaccanti di ruolo, il miglior centravanti, per stessa ammissione del tecnico è sempre stato lo spazio, poiché non era necessario basare le uscite offensive sulla verticalizzazione ma sulla disponibilità, appunto, di spazio tra il portiere e la difesa avversari, così da attaccare quella zona ampia con gli inserimenti degli attaccanti, non necessariamente di ruolo. Non è un caso, infatti, che tra i migliori ad interpretare questo mantra vi siano stati centrocampisti come Cesc Fabregas – riferimento più avanzato insieme a Messi, in un sistema di gioco 3-7-0, nella finale di Supercoppa Europea del 2011 che il Barcellone vinse contro il Porto per 2 a 0 con le reti di questi ultimi – e Ilkay Gundogan nel Manchester City, con il tedesco che fu una delle prime richieste alla dirigenza inglese nel 2016. Impiegato, inizialmente, come vertice basso di centrocampo, l’ex Dortmund è stato uno tra i migliori interpreti del ruolo del falso nueve, arrivando a mettere a segno 13 gol e 3 assist nella stagione 2020-21.

Come Fabregas e Gundogan, altri calciatori sono stati esaltati da un overthinking di Guardiola che, in assenza di un vero riferimento centrale in attacco, si è sempre affidato all’intelligenza di centrocampisti o di ali, come gli inglesi Sterling e Phil Foden, per scardinare le difese avversarie occupando la posizione di “punta”. Ci sono stati, tuttavia, dei casi nei quali la manovra delle squadre del maestro spagnolo si sono appoggiate su un “approdo” che, per natura, svolgesse compiti da centravanti. Detto di un Barcellona che ha potuto contare per quindici anni su un Messi che era sì il miglior 10 ma anche il miglior 8 come mezz’ala, il miglior 7 come esterno e il miglior 9 come punta, sulla sua strada Pep ha incrociato calciatori del calibro di Robert Lewandowski e Sergio Aguero che sono stati, con pieno merito, i padroni di quello spazio da attaccare. Adesso, ad un anno esatto dall’addio del Kun, un altro vero centravanti sta per impadronirsi di quella zona di campo e il suo nome è Erling Haaland.

Si può essere capocannoniere di un Mondiale segnando in una sola partita? Si, se in quell’unica occasione fai nove gol. È il caso di Erling Braut Haaland, un ragazzo norvegese classe 2000, che, il 30 maggio del 2019, in occasione del mondiale under-20 mise a segno una delle marcature multiple più clamorose di questo sport contro i ragazzi dell’Honduras, sconfitti, alla fine, per 12 a 0. Nove squilli, per carità, ma è soltanto una manifestazione giovanile. Neanche per idea! Si perché poco meno di quattro mesi dopo, mentre Mertens e Llorente regalavano ai tifosi del Napoli una delle notti più belle della loro storia matando i campioni del Liverpool, con la maglia del Salisburgo Haaland segnava la sua prima tripletta in Champions League, alla sua prima presenza, contro il malcapitato Genk. Quella notte del 17 settembre il firmamento del calcio si è arricchito di una nuova stella, che non ha più smesso di brillare, neanche nelle successive quattro partite del girone di Champions, con un gol alla corazzata di Klopp e ben tre nella doppia sfida al Napoli di Ancelotti.
Dopo essere stato ad un passo dalla Juventus, nel gennaio successivo, il calciatore norvegese, gestito da Mino Raiola, venne acquistato dal Borussia Dortmund che pagò agli austriaci la clausola di venti milioni di euro. Altro esordio, stavolta in Bundesliga, altra tripletta contro l’Augusta, che in ventitré minuti vede abbattersi sulla propria difesa il nuovo ciclone del nord. Il bilancio di Haaland nella Ruhr è spaventoso, con 86 reti in 89 match, la palma di miglior cannoniere nella scorsa edizione di Champions League con 10 gol e, a livello di squadra, con una Coppa di Germania conquistata ai danni del Lipsia, in un 4 a 1 finale che lo vede andare a segno per due volte.

Adesso è arrivato il momento del grande salto in avanti. Il 10 maggio scorso, infatti, con un comunicato ufficiale sulla propria pagina, il Manchester City ha ufficializzato l’acquisto di Erling Haaland, con il pagamento della clausola rescissoria alla squadra tedesca. C’è una forbice di circa 15 milioni sul costo del cartellino che, secondo i media della Germania, ammonterebbe a 75 milioni mentre, stando al City, si aggirerebbe introno ai 60. Numeri “modici”, rispetto al rendimento del giocatore, ma solo in apparenza. Infatti, al costo del cartellino vanno aggiunti i 150 milioni di euro netti di ingaggio che verranno percepiti in cinque anni e i circa 80 milioni ripartiti tra il padre e l’agenzia che fino a pochi giorni fa era guidata da Mino Raiola (fonte Marca). Un vero patrimonio, dunque, che il City ha sborsato per assicurarsene un altro, da 154 gol in 199 gare disputate, a soli 22 anni. Il connubio Guardiola-Haaland ha tutto per rimanere impresso nella storia ma, almeno per adesso, si configura  come qualcosa di inedito per entrambi: il City, che da due anni a questa parte cerca maggiormente le soluzioni verticali per velocizzare la manovra, non ha mai avuto un “centro-boa” che facesse prevalere il suo strapotere fisico; di converso, Haaland – che è, tutt’ora, molto spigoloso nei movimenti, seppur quasi infallibili – non ha mai giocato tra le linee associandosi a tutti i suoi compagni, in una dimensione calcistica armonica e avvolgente che ricordasse quelle formate dal tecnico spagnolo. A lui, che forse è il manager più rivoluzionario del Futbol, il compito di plasmare questo argento vivo e, attorno a lui, il destino del City, per ritornare all’assalto dell’unico trofeo che manca nella bacheca Citizen, la Champions.
Dalla possibilità di un ricongiungimento con il suo pupillo Messi, passando per l’acquisto sfumato di una punta tecnica e associativa come Harry Kane, Guardiola ha, quindi, virato su un giovane che, anche per affinità geografica, ricorda l’aurora boreale, perché irradia le ore di buio dell’estremo nord europeo da settembre a marzo. È altamente probabile, tuttavia, che nelle mani di Pep, Erling “Aurora Boreale” Haaland impari a prolungare questa sua attività fino a maggio inoltrato, estendendosi, in termini geografici, sul tutto il resto del Vecchio Continente.

Fonte foto interna: calciotacticts.it
Fonte foto in evidenza: pagina ufficiale Twitter di Erling Haaland