Pillole di Calcio – Gli eroi del ’66 e … Gianfranco Zola. Il calcio ricorda la Regina Elisabetta II

Era un normale pomeriggio di fine estate, quello dello scorso giovedì 8 settembre. La giornata, nelle modalità per ciascuno consuete, si avviava verso una serata più o meno calda. In questo giorno apparentemente come tanti, la vita di ciascuno di noi è stata, anche solo per poco tempo, catturata dalla notizia della scomparsa della regina Elisabetta II, distribuita a mezzo social dalla famiglia reale alle 19:30 (ore italiane).
Un approdo sicuro – anche per noi che, pur essendo repubblicani, ci siamo sentiti suoi sudditi perché figli del suo tempo, l’ultimo di cui abbia contribuito a modificarne la curvatura – che lascia tutti un po’ più soli in un mondo, oggi più che mai, un po’ più povero di grazia e sempre tramortito dalla calamità della guerra, con i postumi della pandemia.

Il mondo si è fermato, come anche lo spettacolo della Premier League e dei suoi interpreti, raccolti nel silenzio di chi sa che è giusto fermarsi, anche solo per un weekend, per rendere onore alla memoria di Sua Maestà.
Tante volte, invece, proprio la regina d’Inghilterra si è spesa in prima persona per omaggiare i calciatori più meritevoli. Lo sa bene Gianfranco Zola, un vecchio cuore azzurro, un figlio della terra sarda adottato dalle strade di Napoli e dal figlio oriundo più amato, Diego Armando Maradona. Con il 10 di Diego sulle spalle e nei piedi, il giovane Gianfranco ha portato il suo calcio felice in giro per l’Italia – con Parma e Cagliari ad accoglierlo dopo l’esperienza azzurra – ma soprattutto nella capitale inglese. A Londra, Zola ha vissuto l’epoca del suo massimo splendore, con 80 reti in 312 presenze e un palmares che vede, in maglia blues, due coppe d’Inghilterra, una coppa di Lega, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea. Il vero apice, però, lo ha raggiunto nel 2004, con la nomina a Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico da parte della regina in persona, come “giocatore straniero più duraturo nella storia del Chelsea, un eccellente ambasciatore del calcio e il modello ideale per i giovani fans”. Metti una sera a cena – come avrebbe suonato l’indimenticabile maestro Morricone – con la regina Elisabetta II e con Gianfranco Zola da Oliena, il padrone di Stanford Bridge, ma nonostante questo, con le gambe, di solito leggiadre, che tremano e le orecchie che odono dalla sovrana più longeva della storia l’elogio come “The great italian footballer!”.

Aveva buon gusto, in fatto di calcio, la regina. Una raffinatezza che non poteva non sposarsi con la grazia che l’ha sempre contraddistinta. Altre persone appartenenti al mondo del pallone sono state omaggiate da Sua Maestà, a cominciare dallo scozzese Sir Alex Ferguson, forse la personalità più importante del football d’oltremanica; Sir David Beckham, probabilmente il più divisivo, invece, sempre da quelle parti; Thierry Henry e il suo Arsenal degli invincibili, per cui la regina ha sempre avuto un debole, insieme al West Ham, squadra del suo cuore sin dagli anni Sessanta.
Allora chi, se non la regina d’Inghilterra, a dare lustro ai campioni di quello sport che proprio gli Inglesi hanno inventato? E chi, se non Lei, a consegnare la coppa Rimet – ovverosia il nome della coppa del mondo fino all’edizione del ’70 che prende il nome da Jules Rimet, primo presidente FIFA e inventore della competizione per nazionali più famosa – a Bobby Moore, capitano della nazionale inglese vincitrice dei mondiali del 1966?

Probabile che la coppa del mondo non abbia mai avuto una “padrona di casa” più accogliente ad ospitarla come la sovrana d’Inghilterra, allora quarantenne. Nonostante ciò, non tutti i sudditi della corona godevano – e tutt’ora godono – di virtù che potremmo definire “cavalleresche”, ed è così che nell’evento di presentazione del marzo del ’66, la coppa Rimet viene rubata. Un soggetto perfetto per Sir Arthur Conan Doyle e per il suo Sherlock Holmes, tuttavia, neanche la polizia di Scotland Yard riesce a ritrovare la coppa. Ergo, meglio cambiare e passare al Commissario Rex. Si, perché è proprio un cane, di nome Pickles, a ritrovare la Rimet. È una normale domenica e, dopo essere sfuggito, come di consuetudine, alla presa del suo padrone, il Signor David Corbett, prende a scavare ai piedi di un albero, guarda caso trovando miracolosamente la coppa occultata tempo prima. È così che Pickles, insieme a Pelé e Garrincha, Eusebio, un giovane Franz Beckenbauer – al suo primo mondiale –, a Bobby Charlton e agli altri Boys del ’66, diventa la star della competizione, tanto da ricevere come omaggio dalla corona un premio di cinquemila sterline oltre che di una fornitura di cibo per un anno. Per la cronaca, i calciatori inglesi, poi vincitori, avrebbero guadagnato mille sterline come premio per la vittoria in finale. E a quella finale di Wembley assistono, in prima linea, Sua Maestà la regina Elisabetta, l’allora primo ministro Harold Wilson e quell’immancabile beniamino a quattro zampe, per l’occasione in una gabbia, per scongiurare un’invasione di campo tra inglesi e tedeschi.

Proprio così, i tedeschi, che nella loro storia hanno rappresentato una presenza quasi costante nelle finali dei Mondiali. Le loro due prime vittorie, nel ’54 e nel ’74, hanno coinciso con la fine, brusca perché sul più bello, di due fra le squadre più belle della storia del calcio: l’Ungheria di Puskas e l’Arancia meccanica dell’Olanda guidata da Johan Cruijff. Solidi, spesso sfavoriti e più che spesso vincenti. I calciatori della Germania, in occasione dei campionati del mondo del ’66 hanno messo nel mirino l’Inghilterra di CT Alf Ramsey, una compagine meno spettacolare dell’Ungheria di dodici anni prima. Quel 30 luglio, però, l’ineluttabilità dei tedeschi deve fare i conti con delle congiunzioni astrali particolari e con una terna arbitrale non proprio “in forma”.
L’Inghilterra schiera tra i pali Banks – autore di quella che quattro anni dopo sarebbe passata alla storia come la parata più bella del mondo, su colpo di testa di Pelè –, Cohen, Jack Charlton (fratello di Bobby, anch’egli in campo), il capitano Bobby Moore, Wilson, Stiles, Ball, appunto Bobby Charlton, Peters, Hunt e, infine, Geoff Hurst, un numero 10 pioniere del gol sul primo Palo. La Germania del CT Schon risponde con Tilkowski, Hottges, Schulz, Weber, Schnellinger – protagonista nella “partita del secolo” di quattro anni dopo contro l’Italia – Kaiser Franz Beckenbauer, Overath, Haller, il capitano Seeler, Held e, infine, Emmerich.
E, infatti, i tedeschi passano i vantaggio con Helmut Haller, portando subito l’inerzia dalla loro parte. Il fattore Wembley e, soprattutto, il fattore primo palo portano, però, Hurst a firmare il pareggio per i Leoni e poi, quasi al termine dei regolamentari, Peters a siglare il sorpasso per i padroni di casa. Partita finita? No di certo, perché a pochi secondi dalla fine la Germania sfrutta una mischia nell’area inglese, riportando, con Weber, la finale in parità. A Londra, c’è da soffrire ancora per mezz’ora. Quello che accade nei tempi supplementari resta tutt’ora scolpito nella storia: al minuto 101 l’inglese Hurst sigla il gol fantasma più famoso del calcio, con un tiro che bacia la traversa, rimbalza sulla linea e rientra in gioco. L’arbitro Diest comprende a malapena la lingua del guardalinee di quel settore di competenza e così non gli resta che fidarsi di un freddo segno con la testa che indica che il gol è buono. Non era affatto valido.
I giornali tedeschi, il giorno dopo, grideranno al furto con un sonoro “Abbiamo perso due a due”ma il tabellone di Wembley, a fine gara, recita 4 a 2 per gli inglesi, con il solito Hurst a depositare in rete il pallone della sua tripletta nei secondi finali.

They were The Boys of ’66. Erano I Ragazzi del ’66, gli unici, fino ad oggi, ad aver conquistato un titolo mondiale e che, da poco più di un mese, sono in buona compagnia nell’almanacco storico della Nazionale inglese. Lo scorso 31 luglio, infatti, The Girls of ’22 hanno conquistato l’Europeo di Calcio Femminile battendo, neanche a dirlo, la Germania ai tempi supplementari e, chiudendo forse un cerchio, dopo 56 anni. Questo dello scorso primo agosto rivolto alle giovani calciatrici inglesi, probabilmente, rappresenta l’ultimo omaggio della Regina al mondo del calcio: “Questa vittoria è un’ispirazione per le donne e le generazioni future. Il vostro successo va ben oltre il trofeo che meritavate così tanto. Tutte voi avete dato l’esempio che ispirerà le ragazze e le donne di oggi e le generazioni future. Spero che sarete orgogliose dell’impatto che avete avuto sul vostro sport, come del risultato ottenuto oggi”.

Il nostro, di omaggio, a Sua Maestà, non sarebbe stato possibile senza due preziose fonti come Federico Buffa e Carlo Pizzigoni, giornalisti, storici del calcio e autori tra le tante opere, di Storie Mondiali e Nuove Storie Mondiali. Un secolo di calcio in 13 avventure, Sperling & Kupfer, 2018.

Fonte foto: pagina ufficiale Twitter FIFA World Cup