Dici Albertino Bigon e pensi, innanzitutto, ad un gentiluomo e poi a tutto il resto. Pensi ad un alfiere di un calcio d’altri tempi, eroe del Milan degli anni ’70 e protagonista dello scudetto della stella vinto nel ’79; pensi, soprattutto, all’allenatore Bigon, il tecnico del secondo scudetto azzurro, l’ultimo mentore di Maradona nei suoi anni napoletani, l’ultimo, forse, ad aver avuto fiducia in lui, capace di prendere decisioni che avrebbero diviso qualsiasi squadra, come non aspettare Diego agli allenamenti bensì solo al campo, per cominciare la partita, perché Maradona, si sa, veniva anche prima delle più antiche regole tribali dello spogliatoio.
C’è dell’altro – poco a dire il vero – riguardo il signor Alberto da Padova, sì perché la sua carriera, che poteva proseguire sulle ali di quello storico scudetto vinto a Napoli, – negli anni in cui la Serie A era la Premier League di oggi – si è incamminata, mestamente, verso un oblio esotico e immeritato. Grecia, Svizzera e Slovenia sono state le sue ultime mete, prima di “appendere la lavagnetta” al chiodo nel 2009, all’età di 62 anni. Proprio alla guida della sua ultima squadra, l’Interblock Lubiana, accadde però una cosa curiosa:
«Salve, avrei una richiesta da fare: ci sarebbe un ragazzo sloveno ma nato a Prijedor, in Croazia, parecchio interessante. È un mancino naturale e io di mancini me ne intendo! So bene che ha diciannove anni e non è molto giovane, per i nostri standard, e so altrettanto bene che non viene da una stagione facile al Bonifika Koper, ma provateci voi a fare bene in una polveriera come quella. Si sono anche sciolti! È un ragazzo molto sensibile, suo padre è stato ucciso quando lui aveva nemmeno un anno di vita e ora è un profugo di guerra insieme alla sua famiglia. Il suo unico rifugio è il pallone. Questa potrebbe essere la sua grande occasione, ma anche la nostra. Fidatevi di me! Si chiama Josip Ilicic».
Chissà se è andata proprio così la conversazione tra il tecnico italiano e i vertici della squadra slovena, sta di fatto che il lascito di Alberto Bigon al calcio è di quelli che provengono da una mente finissima, la mente di un maestro, perché Ilicic all’Interblock, nella seconda serie slovena, alla fine approdò, segnando anche dodici gol in cinquantacinque presenze, alcune delle quali sotto la sapiente gestione, proprio di Bigon.
Il salto di qualità del giovane Josip avvenne qualche mese dopo, quando il più quotato Maribor lo acquista nell’estate del 2010 per 80000 euro. Fu l’estate della svolta ma non al Maribor, dove resterà giusto il tempo di consacrarsi a livello internazionale, durante la fase preliminare dell’Europa League 2010-2011.
Infatti, mentre il Matador Cavani faceva innamorare a prima vista i suoi nuovi tifosi napoletani nella fredda trasferta di Elfsborg, qualche migliaia di chilometri più a sud, il ventiduenne Josip faceva lo stesso con quelli del Palermo, guarda caso da poco orfani proprio dell’attaccante uruguagio. Il 26 agosto del 2010, nel ritorno dei play-off per accedere alla fase a gironi dell’Europa League il Maribor si impose per 3-2 contro il Palermo di Delio Rossi e il secondo gol degli sloveni fu messo a segno proprio da Ilicic con una semi-rovesciata che trafisse Sirigu, seguita poi da una non-esultanza, conscio già del fatto di aver appena segnato alla sua futura squadra. Ebbene sì, l’allora ds dei Rosanero Walter Sabatini, esattamente come Bigon qualche anno prima, ci aveva visto lungo e aveva persuaso il suo presidente Zamparini a chiudere il colpo già dopo la sfida d’andata al Renzo Barbera, chiusa con un 3-0 senza storia per la squadra di casa. Stregata Palermo, bisognava far innamorare l’Italia e l’occasione giusta si presentò il 22 settembre, quando al Barbera andò di scena Palermo-Inter. A ridosso della mezz’ora di gioco, Ilicic, schierato subito titolare da Delio Rossi, ricevette palla a centrocampo e, da solo, tagliò a fette il centrocampo e la difesa che esattamente quattro mesi prima avevano contenuto con successo il Bayern Monaco nella finalissima di Champions League a Madrid; successivamente scaricò il pallone alla sua destra per l’accorrente Javier Pastore con Julio Cesar attento su un tiro potente ma centrale e con la ribattuta a premiare proprio Ilicic – e chi se non lui – bravo a ribadire in rete il suo primo gol nel campionato italiano.
Eppure, questo strano giocatore di un metro e novanta, dall’andatura quasi claudicante, non dovrebbe essere difficile da contenere, né tantomeno dovrebbe essere un’impresa togliergli palla, impedirgli di tirare bordate da fuori area o di servire i compagni. E invece no, il tempo e lo spazio sono state, da sempre, due categorie di sua proprietà e, di conseguenza, la giocata era figlia di come Josip decideva di governarle. Che andasse piano, veloce, di destro o di sinistro, c’è sempre stato poco da interferire in questa storia d’amore tra lo sloveno e la sua sfera.
Una storia con almeno tre nidi d’amore. Dopo la prima avventura italiana presso la calda Palermo, dalla quale Ilicic si congedò nell’estate del 2013, dopo 25 gol in 107 presenze, una coppa Italia sfiorata e una retrocessione in B, arrivò di nuovo l’occasione di farsi vedere per l’Europa, sempre con la maglia viola ma, stavolta, non quella del Maribor, bensì della Fiorentina. Con Vincenzo Montella e i suoi compagni di squadra, tuttavia, non scoppiò mai il giusto feeling, nonostante lampi di alta classe e gol di pregevole fattura. Al termine del suo secondo anno con la Fiorentina, il bottino recitava 16 gol in 65 presenze.
La svolta, per la sua vita avvenne nell’estate del 2015, quando nella terra medicea approdarono il nuovo tecnico Paulo Sousa e il difensore Davide Astori. Da opportunità per il mercato in uscita, Josip diventò la punta di diamante di un progetto tecnico a forte tinte ispaniche che seppe farsi largo in Italia e in Europa, grazie ad uno stile di gioco autorevole e più contemporaneo che mai. La stagione 2015-16 si rivelò essere per Ilicic la più prolifica nella sua esperienza italiana fino a quel momento. Non andò meglio l’anno dopo anzi, venne a crearsi un contesto di turbolenze interne, poco fertile per tutti, meno che mai per uno come il fantasista istriano, che diede il suo addio alla corte viola “in silenzio senza esser riuscito a lasciar il segno, con lo zaino griffato pieno di rimpianti”, come scrisse il quotidiano La Nazione.
Ad attenderlo, poco più a nord, c’era la Sampdoria di Giampaolo e di Quagliarella, pronti ad accoglierlo per le firme di rito. Tuttavia Josip Ilicic decise di andare ancora più a nord, direzione Zingonia, dove stava nascendo una realtà ancora più luminosa. L’Italia, forse, non ne era ancora consapevole o si autoconvinceva del contrario, ma i geni vedono luci che altri non concepirebbero nemmeno. Quella che illuminò la carriera di Josip fu la luce di Giampiero Gasperini e della sua Atalanta. In tanti storcono ancora il naso dicendosi scettici ma quell’estate, il calcio italiano, cambiò per sempre.
Il passaggio dell’Atalanta da realtà solida di un calcio di provincia a realtà solida e competitiva a livello internazionale rappresenta, forse, il più grande risultato del movimento italiano del pallone negli ultimi dieci anni e, vista la costanza di rendimento, più grande anche dell’exploit della nazionale agli scorsi Europei. Com’è stata possibile questa trasformazione? Gasperini a Bergamo ha avuto il tempo e la fiducia necessaria per integrare i giovani del vivaio all’interno di un gruppo squadra già, di per sé, giovane ma senza gli stimoli giusti. Le congiunzioni di queste varie componenti, miste alla crisi di diverse big storiche in quel periodo, hanno fruttato alla Dea un quarto posto storico.
La storia, tuttavia, era appena cominciata e un capitolo nuovo contribuì a scriverlo proprio Josip Ilicic. Lo scacchiere tattico del Gasp si fonda che sulla fluidità dei movimenti collettivi ma anche sulla qualità individuale, sia in fase difensiva che in fase di possesso palla. Il talento individuale è esaltato in fase di marcatura a uomo, in difesa e a centrocampo, nella fase di costruzione con i centrali di difesa, gli interni e gli esterni della linea di centrocampo, e con l’attaccante esterno/trequartista che si abbassa a ricevere. Anche nei duelli uno contro uno a tutto campo il gioco di Gasperini trova, tutt’ora, degli strumenti validi per esaltare le doti di ciascuno, anche dello sloveno, partner ideale del diez argentino Alejandro El Papu Gomez. Nel 3-4-3/3-4-2-1 del tecnico torinese Josip ha giocato come attaccante/trequartista di destra ma anche da falso nove, segnando 60 reti e 44 assist in 173 gare disputate, contribuendo all’affermazione dei nerazzurri nella parte alta della classifica e a tre qualificazioni consecutive alla Champions League, con una semifinale sfiorata nel 2020 e persa all’ultimo contro il PSG di Neymar e Mbappé.
A proposito di Champions League, Ilicic è uno dei pochi a poter vantare di sedersi al banchetto di coloro che hanno segnato quattro gol in una gara di Coppa Campioni. Il 10 marzo, al Mestalla va in scena Valencia-Atalanta, gara di ritorno degli ottavi di finale e Ilicic realizza una storica quaterna, diventando il quattordicesimo giocatore nella storia della competizione con la formula attuale ma solo il quarto considerando le partite della fase a eliminazione diretta e addirittura l’unico a fare quattro gol in trasferta nella fase successiva ai gironi. Fu quello il preludio ad un epilogo, almeno in maglia atalantina, che tra alti e bassi vide il rapporto tra il fuoriclasse sloveno e il rettangolo verde del Gewiss sfumare sempre di più fino all’addio definitivo, nell’ovazione dell’intero popolo bergamasco, avvenuto lo scorso giovedì in occasione del posticipo di Serie A tra Atalanta e Torino.
Empatia. Per l’Enciclopedia Treccani l’empatia è la “capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro”. Ecco, Josip Ilicic, un’anima fragile come quella di un poeta bohemien in un corpo di un metro e novanta stanco per natura, ha saputo empatizzare con la palla come pochi ma lo ha fatto anche con gli esseri umani: il popolo jugoslavo messo in ginocchio dalla guerra; Davide Astori, scomparso improvvisamente in quel tragico 4 marzo del 2018 e ha gettato lo sloveno in uno stato depressivo al quale sarebbero seguiti poi degli altri; la gente di Bergamo e dintorni falcidiata dal nemico invisibile del covid. Un’anima fragile in un corpo umano che sente e soffre come tutti quanti gli altri ha retto come ha potuto di fronte a nemici ben più temibili delle difese avversarie e mentre la vita gli tirava pietre, lui rispediva rose a tutti noi. Grazie Josip!
Fonte foto: pagina ufficiale Twitter Atalanta B. C
