Pillole di Calcio – Il punto sulla Serie A. Il vero derby d’Italia cala il sipario sul primo (breve) atto di questo campionato

Esiste qualcosa di più divisivo della sosta per le nazionali? Forse si, il mondiale in Qatar nel periodo natalizio, in vista del quale molti calciatori si prepareranno proprio durante questa pausa dal calcio di club. Si, ma è il mondiale è un unicum e a marzo, quando si riproporrà l’esodo verso i propri CT, la coppa del mondo sarà solo un ricordo del passato. In generale, la consueta pausa di settembre, ottobre e novembre è sempre, da una parte, ossigeno per coloro che hanno bisogno di recuperare idee, uomini dall’infermeria e, in certi rari casi, la dignità, dall’altra parte un brusco punto e virgola tra un inizio da sogno e l’ansia di riprendere come e da dove ci si era lasciati. E come ci siamo lasciati, la scorsa domenica, con il nostro campionato?

“Una cortina di ferro è scesa sull’Europa”. Così Wiston Churchill – per rimanere in tema Regno Unito come la scorsa settimana – annunciava l’avvento della guerra fredda, il 5 marzo del 1946. “Una cortina di calcio è scesa sull’Italia e non solo”. Così noi oggi salutiamo questo primo scorcio di campionato rendendo omaggio all’A1 del pallone, l’autostrada del calcio Napoli-Milano che è anche la stessa che in Italia alcune squadre hanno deciso di imboccare per raggiungere i propri obiettivi stagionali.
Il Napoli di Luciano Spalletti non viveva un’estate così turbolenta dai tempi del cambio pelle del 2013, con De Laurentis che affidò a Benitez e ai suoi scudieri della prima ora il compito di migliorare la mentalità e i risultati rispetto al triennio di Walter Mazzarri e del suo gruppo operaio. Quella campagna acquisti fu salutata sin da subito come vincente e le ottime sensazioni furono suffragate dagli ottimi risultati di inizio campionato.
Quest’anno, invece, i canti del De Profundis hanno risuonato assordanti fino a che… Fino a che non ha iniziato a cantare il campo, con i fili d’erba pizzicati da tanti interpreti: alcuni “nuovi” come Lobotka; alcuni proprio da scartare, come si fa con i regali, come Kvaratskhelia, Kim, Simeone, Raspadori, Ndombelè, Olivera; altri come Anguissa, Di Lorenzo, Osimhen, Mario Rui, chiamati a fare gli onori di casa perché questa casa aveva da poco salutato i vecchi “padroni”.
Inizio roboante a Verona, un pareggio con una neopromossa in casa – nove anni fa fu il Sassuolo ad uscire indenne dal San Paolo col risultato di 1-1, quest’anno il Lecce, con lo stesso risultato – e una vittoria per 2 a 1 a San Siro conto il Milan. Corsi e ricorsi storici. Non foss’altro che quel pareggio coi neroverdi andò a spegnere gli entusiasmi di quel Napoli vittorioso al Meazza, tre giorni prima, contro il decadente Milan di Allegri. Oggi, invece, il Napoli di Spalletti, al contrario, è fuoco vivo che brucia tutti i dubbi instillati da quel passo falso contro il Lecce di Baroni e lo fa vincendo in serie – e meritando di farlo – contro la Lazio di Sarri – e chi lo conosceva Sarri nove anni fa!? –, il Liverpool di Jurgen Klopp e, attenzione, l’ascendente Milan campione d’Italia allenato da Stefano Pioli.

Quella che è andata in scena domenica sera non è stata una gara a senso unico anzi, l’avesse vinta il Milan nessuno avrebbe avuto da recriminare. Doppi meriti a chi l’ha vinta allora. Perché riuscire a segnare due gol pur non avendo la gestione dell’inerzia dalla propria parte, arginare le folate dei Rossoneri, difendere con autorevolezza sia nella propria area che fuori, tenendo palla e alzando il baricentro, è un atteggiamento proprio di una squadra matura che sa che la strada per vincere è esattamente quella di non sconfessare la propria natura davanti a nessun avversario. Milan-Napoli è andata anche oltre l’assenza di Leao ed Osimhen – fuori rispettivamente per squalifica ed infortunio – perché le idee e il modo di giocare di tutti e trentadue gli interpreti impiegati vengono prima di qualsiasi individualità.
Oggi come oggi, in un mondo globalizzato dove è imprescindibile la relazione e il confronto costante con le realtà culturali diverse da noi, Milan-Napoli rappresenta l’unica vera fiche che il calcio italiano può giocarsi per dare un senso al proprio movimento al cospetto delle altre leghe europee. Ma, attenzione, questo non ce lo ha detto solamente la sfida del Meazza di domenica sera ma ce lo ha detto l’Europa, con le gare di Champions che hanno certificato il reale status di queste due squadre. Il Napoli, dopo le prime due partite, detiene il primato non solo del suo girone ma, in generale: dei gol, con sette marcature all’attivo; degli expected goals, cioè delle occasioni prodotte, con una media di 6.77, davanti a Barcellona, City, Bayern Monaco e PSG; numero di tiri, ovvero 42 (fonte Wyscout).
Il Milan, d’altra parte, pur non avendo fronteggiato avversari trascendentali non ha mai perso la bussola quando due squadre molto veloci e organizzate come Salisburgo e Dinamo Zagabria–squadre abituate, negli ultimi dieci anni, a calcare questi palcoscenici internazionali – hanno messo a dura prova la difesa. È la Champions, dunque, il reale dinamometro delle nostre squadre e quando, poi, quel clima quasi esotico di calcio si sposta in Serie A, come in occasione dell’ultimo posticipo domenicale, si torna ad avere una flebile speranza che nulla sia poi così perduto.

Di speranze non ne regalano molte, al momento, Juventus e Inter, più a loro stesse che al loro pubblico. Anche per loro la “tagliuòla” dell’Europa dei grandi è caduta inesorabile, stavolta eradendo, anziché rafforzare, le certezze di Bianconeri e Nerazzurri. Paris Saint Germain, Benfica e Bayern Monaco hanno certificato l’inadeguatezza di un calcio che definire “italiano” arrecherebbe offesa a quella piccola parte di addetti ai lavori che, come specificato sopra, ha trovato la strada verso il futuro. Allora diciamo pure che, non il calcio ma il modo di pensare al calcio, che queste due madrine d’Italia stanno offrendo non ha senso e non ce l’ha perché non paga. Non paga andare in vantaggio e rintanarsi negli ultimi sedici metri della propria metà campo per proteggerlo; non paga rintanarsi negli ultimi sedici metri della propria metà campo per proteggere l’idea dello 0 a 0 per poi cercare, senza neanche troppo impegno, di dar vita a qualcosa di più. Oltretutto, qualora una di queste due scelte dovesse rivelarsi vincente, lo sarebbe solo per una, massimo due partite e a quel punto l’errore sarebbe farsi bastare quel massimo risultato non accorgendosi che non c’è nulla di razionale, né tantomeno di giusto bensì solo di casuale, in quell’evento. La cultura calcistica di Juventus e Inter di oggi rimanda esattamente a questo e attenzione perché con questo concetto di “cultura” non intendiamo la “storia” bensì un’abitudine circoscritta al recente periodo, con i Bianconeri che hanno l’aggravante di star reiterando questa malsana tendenza da più tempo rispetto ai rivali meneghini. E allora, se a svelare il reale valore di Napoli e Milan ci hanno pensato – e continueranno a pensarci – i ritmi europei, è vero anche che per gettare ombre sui progetti tecnici di Allegri e Inzaghi sono bastate, in ordine: il Lecce, la Sampdoria, la Salernitana e l’Udinese, oltre a big più comprovate come Lazio e Milan che hanno messo in ginocchio l’Inter. Eccetto la Sampdoria – per la quale sono più i punti guadagnati a rappresentare un’eccezione che non quelli persi – tutte queste squadre hanno imboccato quell’immaginaria Autostrada del Sole di cui sopra, dimostrando che si può vincere e, il più delle volte, si può anche perdere, ma l’identità forte, votata al protagonismo, al palleggio e alla voglia di dominare sul terreno di gioco è la vera chiave per andare avanti e soprattutto, per fidelizzare con la propria gente, che è l’essenza più autentica di ogni sport.

Proprio l’Udinese, insieme a quell’Atalanta di Gasperini che tutti salutavano come un dolce ricordo del passato, rappresentano le vere sorprese di questo inizio di campionato. La squadra dell’esordiente Andrea Sottil ha raccolto, finora sedici punti, chiudendo, alla sosta, con 5 partite consecutive, un 4 a 0 alla Roma e un 3 a 1 all’Inter, con quest’ultima partita che ha certificato un miglioramento sia in fase di transizione offensiva, col palleggio, che di transizione negativa, con una riaggressione sempre efficace. È naturale pensare che i Bianconeri di Udine non manterranno a lungo e con costanza questi risultati abbinati a questo rendimento, ma la mentalità portata dal nuovo staff tecnico, in pochissimi mesi, è senz’altro quella giusta.
I Nerazzurri di Bergamo, invece, stanno basando le loro fortune su un atteggiamento, solo all’apparenza, più attendista, con più ripartenze e meno pressing. La realtà, tuttavia, parla di una squadra efficace che, con maturità, sta gestendo il cambio pelle adattando il sistema ai calciatori a disposizione e non viceversa. Il risultato è un primo posto in compartecipazione con il Napoli e tanti giovani lanciati, come sempre, nel calcio delle grandi latitudini, come Hojlund e Scalvini, decisivi nel pesante 1 a 0 inflitto alla Roma allo Stadio Olimpico.

A proposito, la Roma continua a latitare in quel limbo preoccupante della passata stagione, dove erano più le folate dei singoli a mandare avanti la truppa che un gioco corale ben definito. Certo, un singolo in più a dire la sua c’è ed è Paulo Dybala ma anche lui beneficerebbe eccome di un contesto maggiormente amalgamato, votato a proporre qualcosa in più, proprio come sull’altra sponda del Tevere. Anche in casa Lazio non mancano i “germi”, come esplicitamente detto da Sarri che, addirittura, è arrivato a minacciare “passi indietro”. Ma queste sono le solite inquietudini di chi sa che, in un progetto che vede la luce da poco, è sacrosanto non separare ciò che lui stesso ha unito con fatica e, soprattutto, è sacrosanto parlare di più di calcio, che poi è quello per cui Sarri vive da sempre, anche nove anni fa, quando nessuno o quasi lo conosceva.

Fonte foto: pagina ufficiale Twitter SSC Napoli