Di misteri ce ne sono, dietro l’addio di Gonzalo Higuaìn al Napoli, prima di cambiare maglia e vestire proprio quella che un napoletano vero – perché è questo che si racconta tra i vicoli della città partenopea – non dovrebbe scegliere mai. Maradona ne aveva avuto l’opportunità, ma aveva scelto di rimanere ad osservare quel golfo abitato da gente che l’aveva cullato e fatto sentire come in Argentina. Higuaìn ha fatto una scelta diversa, calata nel contesto di un calcio in cui ormai scarseggia l’idea di diventare bandiera, ma certamente fatto ancora di legami d’amore – forse più complessi, forse più altalenanti, quelli nei quali è persino possibile perdonare un “tradimento”. E già perché in settimana il Pipita, nel corso di una conferenza con l’attuale squadra americana dell’Inter Miami, ha annunciato il ritiro dal calcio giocato a fine stagione. Appare davvero difficile non cadere nella trappola della nostalgia e non pensare a cosa abbia rappresentato per la città di Napoli. Certo, però andò alla Juventus, proprio quando ci si illudeva che qualche bacio in più sulla maglia – e un Gonzalo saltellante post Napoli-Frosinone – potesse realmente costituire preludio ad un prosieguo davanti al popolo per il quale – proprio sempre – gli argentini sono piezz’ ‘e core.
E allora, in primis, quando giunge la notizia dell’addio al calcio giocato, la mente corre veloce al 14 maggio 2016. Un giorno segnato in rosso nel calendario azzurro di tutte le epoche, nel quale quel fuoriclasse dalla 9 sulle spalle batte il record appartenente a Nordahl, mettendo a segno la 36esima rete stagionale, su 35 giocate – una media di 1.02 gol a partita – restando però fuori tre giornate, dopo la squalifica di Udine, e andando a segno su calcio di rigore soltanto tre volte. Certo, Immobile lo pur eguagliato nell’annata insolita del 2020, ma quel record di Higuaìn ha tutto un altro sapore. La rovesciata del San Paolo contro il Frosinone è la surreale – e al contempo non assurda – ciliegina sulla torta di una stagione memorabile, racchiusa nel Non è vero di Lele Adani, che di così tanta bellezza – che è bellezza che quasi sembra predestinazione – ne ricorda ancora lucidamente l’incredulità. Non esiste napoletano che non sia, almeno una volta, corso su youtube a riguardare tutte e 36 prodezze del Pipita, ricordandole talvolta con la rabbia del passaggio alla Juventus, talvolta con enorme (ed incolmabile) malinconia.
Gonzalo, arrivato a Napoli per volontà di Benìtez, a cui tanto deve Maurizio Sarri, è stato l’uomo giusto al momento giusto, il soggetto perfetto di un quadro il cui sfondo era già bello di suo. Nei meccanismi consolidati del Napoli di Sarri, che prima provò il 4-3-1-2, salvo poi accorgersi che il 4-3-3 fosse il modulo più congeniale alla potenzialità della rosa, l’argentino era la perfetta punta di diamante. Degli 80 gol segnati in serie A quell’anno, Higuaìn ne mise a segno più di un terzo da solo, supportato da una manovra offensiva che spiccava per rombi e triangoli, nell’idea che ogni calciatore avrebbe dovuto avere sempre due linee di passaggio, e per un possesso palla quasi mai sterile, ma che anzi si traduceva in bellezza, spettacolo e dominio di gioco. L’argentino è stato uomo giusto non soltanto per un popolo, ma anche per Maurizio Sarri, che seppe renderlo uno dei principali attori della sua filosofia calcistica. Un rapporto calcisticamente padre-figlio – e quindi come tale fatto di abbracci, litigi e momenti di incomprensione – culminato con la vittoria dell’Europa League 2018-2019, nel Chelsea allenato proprio dal tecnico toscano – è questo l’unico trofeo europeo della sua stagione. Tre le volte in cui la sua carriera ha incontrato quella del tecnico attualmente alla Lazio, tre, come il numero di gol segnati sotto l’incessante pioggia di quel 14 maggio 2016 – e precisamente davanti a ben 56.452 spettatori. Dei due, ad ogni modo, l’immagine più bella è proprio di quella serata, così sincera che il resto quasi sembra non contare.
Quello tra Higuaìn e Napoli è stato un rapporto espressione del catulliano odi et amo, di illusioni e tristi verità, di esultanze e sogni infranti (ma che restano pur sempre sogni, e che sono stati pur sempre veri nell’attimo di slancio emotivo), di trasferimenti che hanno segnato la storia del calcio italiano e di diti puntati. Uno, in particolare, quello del 5 aprile 2017, diretto ad Aurelio De Laurentiis. Gonzalo tornò al San Paolo siglando una doppietta con addosso la maglia bianconera, nella sfida valevole per la semifinale di ritorno di Coppa Italia. “Es tu colpa”, si lesse dal labiale. Parole alle quali fecero eco quelle di Sarri, in un’intervista a Il Mattino dello scorso settembre 2018, nella quale il tecnico sottolineava che l’argentino avesse lasciato Napoli a causa di…De Laurentiis. Ma questa faccenda, che ancora oggi resta avvolta dal mistero, forse è meglio lasciarla lì dov’è, che, in fondo, lascia il tempo che trova. Al Napoli, ai napoletani e al Pipita, che ha pure incoronato l’anno dei 36 come suo migliore in carriera, non resta che la condivisione di emozioni che pare riduttivo accostare al solo aggettivo indimenticabili. Sapete cos’è stato Higuaìn al Napoli? È stato l’esatto momento in cui il pallone, di quella rovesciata storica, è rimasto sospeso in aria, prima di depositarsi in rete. Ecco, Gonzalo, per i napoletani, è stata quella sospensione; e come la si vuole spiegare? Perciò, alla luce di quest’ultima considerazione, vale poi così tanto la pena di reputarlo (un altro) core ‘ngrato?.
Foto: profilo facebook SSC Napoli
