Se il calcio è nato in Inghilterra, l’amore per il calcio è nato parecchi km più ad ovest e, più precisamente, sulle sponde del Rio della Plata, tra l’Argentina e l’Uruguay, dove molti inglesi hanno esportato il loro passatempo e se lo sono visti trasformare in fùtbol. Ai rioplatensi, infatti, serviva solo un input, al resto avrebbero pensato loro. Di inglese, il fùtbol sudamericano a cavallo tra ‘800 e ‘900 ha davvero solo la palla, nemmeno lo stadio, cosa a cui i sudditi di Queen Victoria tenevano particolarmente per il decoro e il senso estetico che conferiva all’intero momento sportivo. Ai sudamericani, invece, basta solo la pelota per risvegliare una passione e un sentimento, presenti da sempre ma mai realmente risvegliati. E gli stadi? Quelli sono nati molto dopo. Il rituale – che si compiva con il semplice possesso di un pallone da parte di due o più persone unite in nome di quella sfera – si svolgono in un qualsiasi cortile almeno di cinquanta metri per cinquanta, il cosiddetto potrero.
Dal potrero, appunto, allo stadio. Dai soli abitanti di quartiere, al mondo intero. Perché quei rituali con la palla, quasi religiosi, a partire dagli anni ’20 del XX secolo, hanno cominciato a vederli tutti, ma proprio tutti, prima ai Giochi Olimpici e poi ai Mondiali di Calcio. Ed era giusto che e mostrarli al mondo intero fossero proprio Argentina e Uruguay, con i primi, inizialmente, sempre sconfitti dai secondi sia alle Olimpiadi del 1928 sia nella finale della prima edizione del campionato mondiale disputatasi in Uruguay due anni dopo.
Per assistere alla la prima vittoria della nazionale Albiceleste dell’Argentina bisognerà attendere quarantotto anni ma facciamo un piccolo passo indietro, di carattere storico. Negli anni ’70 in Argentina vige un regime dittatoriale, prima con Juan Domingo Peron e poi con la sinistra che, nel marzo ’76 dà inizio, con una guerriglia, ad un regime totalitario militare che rovescia l’interregno di Isabel Martinez Peròn, moglie di Juan Domingo, morto due anni prima. La giunta militare al potere è retta dalla triade Videla-Agosti-Massera e con essa, i cittadini vengono privati dei diritti civili e sindacali e, spesso, anche della stessa vita; decine di migliaia di persone, sospettate di appartenere ad organizzazioni studentesche, sindacali e politiche rivali, o anche solo indecise sul colore del partito, vengono arrestate, torturate e segretamente uccise, creando il fenomeno dei desaparecidos, cioè persone non presenti nei registri dei commissariati di polizia o delle autorità militari e di cui è impossibile ricevere notizie, anche in merito ad un eventuale decesso. È in questo contesto nazionale che si svolgono i Mondiali del 1978, probabilmente l’edizione più controversa della storia, almeno per quest’ultimo mese di attesa prima dell’inizio dell’edizione qatariota. E chi poteva vincerlo il mondiale di Videla se non l’Argentina? Non possiamo dire, con certezza, se quella squadra avrebbe vinto anche senza le pressioni del governo ospitante sulla FIFA. Certo è che quell’Albiceleste le carte in regola per trionfare in modo trasparente le ha eccome, a partire dall’allenatore, Cesar Luis El Flaco Menotti. In campo ci sono: Fillol, a difesa dei pali, Daniel Passarella – che in Italia ha vestito le maglie di Fiorentina e Inter – Gallego e Ardiles, autori della costruzione della manovra offensiva, Bertoni come ala destra e, infine, la punta di diamante nonché volto, in positivo, di quel mondiale, Mario El Matador Kempes, un concentrato di esplosività, potenza ed esuberanza, premiato come miglior giocatore e capocannoniere del torneo con 6 gol a referto. Di queste sei marcature, due ne mette a segno nella partita decisiva contro il Perù per accedere alla Finale. Nell’edizione del ’78 vige ancora la formula della seconda fase a gironi – in luogo della fase ad eliminazione diretta – con le vincitrici dei due raggruppamenti a disputare Finale. Il girone B vede affrontarsi Argentina, Brasile, Polonia e Perù. Il 21 giugno, alle ore 19:00, il Brasile è primo e virtualmente in finale contro l’Olanda, orfana, per quel mondiale, di Johann Cruyff. Il calendario, però, opta per uno “spezzatino” e non per la contemporaneità delle partite, per cui c’è da aspettare che l’Argentina affronti il Perù. In caso di vittoria dell’Albiceleste, le due squadre sarebbero entrambe prime a quota 5 punti e sarebbe necessaria, a quel punto, la differenza tra gol fatti e subiti, ergo: per giocare la finale dei Mondiali al Monumental, davanti al suo pubblico, la squadra di Menotti dovrebbe vincere contro i peruviani con almeno 4 gol di scarto. Troppi, per sperare in un miracolo? No, troppo pochi perché alle 21:15 di quel 21 giugno, il tabellone dello stadio di Rosario recita 6 a 0 per i padroni di casa e quella partita passa alla storia come la marmelada peruana (la marmellata peruviana), l’equivalente ispanico del “biscotto”, scaturito da un palese accordo tra le due squadre fatto prima di scendere in campo. Accordo che entrambe le selezioni hanno sempre negato, anche il portiere del Perù, un certo Ramòn Quiroga Arancibia, un calciatore argentino naturalizzato peruviano.
La finale di quel Mondiale, se possibile, rimarca i caratteri della farsa della partita precedente e, a metterci del suo, c’è anche un italiano, vale a dire l’arbitro Sergio Gonella, direttore – per l’occasione decisamente poco imparziale – di una gara che vede i sudamericani trionfare sull’Olanda con il risultato finale di 3 a 1, dopo i tempi supplementari.
Da quella selezione argentina, che nel 1978 è baciata dalla FIFA, è escluso, quasi all’ultimo, un ragazzino di nemmeno 18 anni, con il desiderio di giocare e vincere la Coppa per il suo Paese. Quel ragazzino è Diego Armando Maradona e a quel tempo tutto il paese lo ha già visto memorizzandone le movenze e le caratteristiche del predestinato. Menotti, però, non può rischiare che il meccanismo della sua Seleccion si inceppi per favorire l’inclusione di un giovane che, seppur geniale, non è ancora ritenuto adatto per quella squadra. Dall’autunno del ’78, però, Diego entra in pianta stabile in quel meccanismo albiceleste, continuando a fare la spola con le selezioni giovanili, e vincendo il mondiale juniores da protagonista nel 1979, indossando da titolare quella maglia fino a 1990 inoltrato. Nel 1982 Diego è già la stella del Mondiale spagnolo ma a contenerlo ci pensa l’esperta difesa dell’Italia – poi campione del mondo di quell’edizione – formata da Gaetano Scirea e, soprattutto, Claudio Gentile. Al termine di quell’edizione, il Flaco Menotti saluta da CT dopo essere stato accompagnato alla porta dal nuovo governo democratico che lo accusa di aver favoreggiato il regime dittatoriale degli anni precedenti. Il suo posto viene preso, così, da Carlos Bilardo.
A proposito, nel 1982, l’Argentina rivendica come sue le Isole Falkland-Malvinas, situate a poche centinaia di km dalla loro costa atlantica e occupate da secoli dall’impero britannico. La reazione inglese è veemente e si traduce in una battaglia nella quale molti argentini perdono la vita e l’intero paese si arrende all’idea di un fallimento della spedizione, in quelle che di fatto sono terre di loro proprietà.
Quattro anni dopo, allo stadio Azteca di Città del Messico, in occasione dei mondiali, va in scena il remake calcistico delle Falkland tra Argentina e Inghilterra e, nel frattempo, gli sconfitti dell’82 hanno visto salire al potere un nuovo generale che sa quali corde toccare per vincere. Altro che navi, aerei e truppe di guerra. Il suo nome è Diego Armando Maradona e ha un odio viscerale per gli inglesi. Nel sottopassaggio, prima che cominci la partita, Diego dà vita ad una delle sue arringhe, ma stavolta la passione si misura con il barometro: «Avete perso qualcuno alle Malvinas? Oppure avete visto della gente tornare a casa e credere che questo Paese non abbia futuro, che siamo stati ricchi, e che adesso non abbiamo più niente. Tranne l’orgoglio». Quella partita finirà 2 a 1 per l’Argentina e sarà ricordata come quella dei gol del secolo, segnati nel giro di quattro minuti, dal 51’ al 55’, forse, il frangente di gara più importante della storia del calcio. Il primo è il gol più irregolare della storia, quello della Mano de Dios, il secondo è Il Gol del Fùtbol che Maradona, e chi se non lui, compie saltando in dribbling mezza squadra inglese compreso il portiere Shilton e depositando la palla alle sue spalle. In quella partita non si decisero, certamente, le sorti politiche dell’arcipelago delle Falkland-Malvinas, ma di quel Mondiale messicano, invece, si, perché fu contro l’Inghilterra, di fatto, che l’Argentina e Maradona vinsero moralmente la competizione, prima di farlo formalmente battendo il Belgio e la Germania, nella finale del 29 giugno.
Due aneddoti:
– poche ore prima della partita con l’Inghilterra i calciatori argentini non hanno neanche le maglie da indossare. Su precisa e improvvisa indicazione di Bilardo, la maglia normale aveva un tessuto inadatto a giocare alle insolite temperature di un luogo alto come l’Azteca, quindi andava sostituita. Prima del match, allora, vengono acquistate trentotto maglie blu, di un cotone più sottile, in un negozietto poco distante dalle residenze della Seleccion in Messico;
– il gol del secolo segnato dribblando tutta la squadra avversaria, in realtà, “viene concepito” dal Pibe de Oro nel 1980, ovvero sei anni prima, con Maradona che pensa e fa quella stessa giocata sempre contro l’Inghilterra ma a Wembley. Per tradizione, infatti, gli inglesi erano soliti invitare i vincitori del Mondiale precedente a casa propria per un’amichevole. Il giovane Diego, inserito da qualche mese in pianta stabile da Menotti, dribbla e salta come birilli mezza squadra inglese ma non il prtiere Shilton che evita il “prematuro” gol del secolo. Saranno i fratelli di Diego, ovvero Hugo e Lalo Maradona – anch’essi calciatori ma con scarsi risultati – a consigliargli di saltare il portiere, qualora avesse riprovato a fare quella genialata. Quindi un grazie va, doverosamente, anche a loro, per aver contribuito alla mistica del gol del secolo che, tuttavia, non sarebbe tale senza la voce del relatòr Victr Hugo Morales che quel giorno, all’Azteca, ha raccontato, con la sua telecronaca, la cosa più bella mai avvenuta su un campo da calcio. A lui, tradotto per l’occasione in italiano, la parola:
«La tocca per Diego, ecco, ce l’ha Maradona. Lo marcano in due, tocca la palla Maradona, avanza sulla destra il genio del calcio mondiale. Può toccarla per Burruchaga. Sempre Maradona: genio, genio, genio. C’è, c’è, c’è goooooooooool voglio piangere. Dio Santo, viva il calcio. Golaaaaaazooo. Diegooooooool. Maradona. Voglio piangere, scusatemi. Maradona in una corsa memorabile, la giocata migliore di tutti i tempi. Aquilone cosmico. Da che pianeta sei venuto per lasciare lungo la strada così tanti inglesi? Perché il Paese sia un pugno chiuso che esulta per l’Argentina. Argentina 2, Inghilterra 0. Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona. Grazie, Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime, per questo Argentina 2, Inghilterra 0».
Fonte foto: pagina ufficiale Twitter Fifa World Cup
