Pillole di Calcio – Il Brasile dopo il disastro del Mondiale del ‘50: la maglia, Pelé, il mondo intero

La gloriosa e tormentata storia del Brasile del pallone non avrebbe senso di esistere senza i numerosi influssi provenienti dall’esterno, innanzitutto sotto il profilo antropologico, con la società che per secoli si è alimentata a causa degli schiavi provenienti dalle coste africane e che, decennio dopo decennio, hanno creato un viatico per la nascita e la formazione, totalmente libere e spontanee, di tutti quei campioni che hanno fatto la storia del calcio nel mondo. Il primo è, senza dubbio, Arthur Friedenreich, figlio di un commerciante tedesco e di una lavandaia afro-brasiliana. Friedernreich rappresenta la prima superstar nel mondo del calcio, in un panorama ancora dilettantesco di inizio ‘900 dove a tutti gli addetti ai lavori non sono ancora riconosciuti i diritti professionali e dove, soprattutto, ad alcuni non sono riconosciuti i diritti civili, in quanto neri. Lui è il primo a tentare di sensibilizzare il Sudamerica riguardo alle tematiche del razzismo e lo fa nel modo che conosce meglio, ovvero segnando e facendo esultare un paese intero in occasione del campionato tra nazionali dell’America Latina del 1919. In quell’occasione il Brasile si aggiudica il trofeo battendo l’Uruguay – che c’è sempre e ritornerà spesso – in finale per 1 a 0, con un suo gol al 122’ di una partita al cardiopalma.

Due anni prima, nella lontana città brasiliana di Campos Gerais, nasce João Ramos do Nascimento, che tutto il mondo conoscerà, pochi anni dopo, con il soprannome di Dondinho “il Malleabile”, per le sue doti atletiche e per lo stacco di testa saltando più in alto di tutti. Tutt’ora, a distanza di circa ottant’anni, Dondinho detiene il record per aver segnato cinque gol di testa in una sola partita. Purtroppo, però, la sua carriera finisce anzitempo a causa di quella che definiremmo “entrata killer” da parte di un difensore, tale Augusto da Costa. Il calcio anzi, gli dèi del calcio sanno essere crudeli ma, a volte, sanno anche farsi perdonare. È proprio il caso del povero Dondinho che, come il personaggio biblico di Giobbe, riceve di più di quanto non gli sia stato tolto in precedenza. Cosa può mancare ad un ex-attaccante di belle speranze che vede il treno della fortuna passargli davanti senza però fermarsi? Di certo, partecipare ai mondiali casalinghi. E come può, questo stesso ex-calciatore lenire le proprie pene? Forse, assistendo alla più grande tragedia sportiva di tutti i tempi, ovvero la sconfitta del Brasile contro l’Uruguay ai Mondiali casalinghi del 1950. Ma come? Un brasiliano che gioisce per una sconfitta del suo popolo? Ma è assurdo. Certo che è assurdo anzi, siamo certi che Dondinho sia stato uno dei primi a deprimersi ma immaginiamo anche un certo ghigno di vendetta sul suo volto nel vedere che il capitano di quel Brasile era proprio Augusto, vale a dire colui che aveva posto fine alla sua carriera. E poi ci avrà pensato suo figlio a fargli tornare il sorriso. Un sorriso autentico, senza peccato, perché, in fondo, anche suo figlio era stato concepito senza peccato. Stiamo parlando dell’altro, e più importante, dono degli dei del calcio al povero Joao Dondinho, ovvero Edson Arantes Do Nascimento, in arte Pelé.

Facciamo un piccolo passo indietro. Dopo il disastro mondiale perpetrato dalla squadra brasiliana in casa propria e davanti a tutto il mondo è necessario un cambiamento, in primis ideologico e identitario. Ma qual è l’identità del Brasile? Quella di un popolo sincretico, che accoglie e valorizza le differenze oppure quella di un popolo ancora troppo imbevuto di ideali razzisti che integra, senza includere, le persone di origine africana sfruttandole anche in mezzo ad un campo da calcio? Decisamente la seconda, rivelatrice di una tendenza atavica ad essere chiusi entro i propri confini. Il primo tentativo di apertura al nuovo si ha, gioco forza, dopo il ’50 e il simbolo del cambiamento passa, in primis, dalla divisa di gioco. Dalla sua nascita fino al Maracanazo le maglie di gioco sono bianche con il colletto blu. Abolite le divise simbolo della vergogna, i brasiliani si gettano sul celeste. Ma come? I colori dell’Uruguay? In psicanalisi si definirebbe “coazione a ripetere dell’esperienza dolorosa”. Ed è con quella stessa divisa che la nuova Nazionale guidata dal CT Zezé Moreira si presenta ai campionati Panamericani, l’attuale Coppa America, dove ottiene il contentino della vittoria in finale contro l’Uruguay, per l’occasione sfidato con indosso la divisa da trasferta di colore rosso, gli stessi colori sfoggiati anche ai Mondiali del ’54 in Svizzera, conclusisi a due partite dalla Finale, per mano di una delle più grandi selezioni della storia, vale a dire l’Ungheria di Ferenc Puskàs.
La nazionale brasiliana comincia a convincere – nonostante la mesta spedizione mondiale in terra svizzera e quella ferita ancora aperta dal ’50 – perché in squadra ci sono talenti puri come Didì e Nilton Santos e in rampa di lancio ce ne sono altri decisamente promettenti. C’è ancora un problema di fondo, quello dei colori sociali: il rosso e il celeste non convincono, specie se si considera che la bandiera del Brasile presenta i colori verde, giallo e blu. All’indomani dei Mondiali del ’54 viene indetto un concorso pubblico per disegnare la nuova divisa del Brasile, una divisa che contenga i tre colori della bandiera nazionale. Il concorso viene vinto da un illustratore di nome Aldir, attivo presso una piccola redazione giornalistica di Rio Grande di Sul, un paese dell’estremo sud. La divisa comprende la maglia gialla tendente all’oro, con bordi verdi, calzoncini blu cobalto e calze bianche. Tutto perfetto, o quasi. Perché il buon Aldir è sì brasiliano, ma un brasiliano al confine geografico con l’Uruguay e per questo la sua fede, non solo calcistica, è tutta rivolta verso la Celeste. Non c’è nulla da fare, quello uruguayano è un alone che da sempre e per sempre si unisce alla storia del Brasile, un germe instillatosi, non si sa bene quando, tra le strade del più grande Stato del Sudamerica e che ha fatto il bello e il cattivo tempo. Anche nel 1958.

Il Brasile che si presenta in Svezia per il Campionato Mondiale del 1958 è una selezione molto più esuberante e determinata di quattro anni prima, forte di una componente afro-latina più che mai massiccia la cui animosità necessitava di essere canalizzata in vista delle vittorie. Non solo, per domare un complesso d’inferiorità vecchio ormai otto anni, la Federazione decise di non farsi mancare uno staff di psicologi all’avanguardia e, già che ci sono, anche un dentista. Tutti, calciatori e staff, agli ordini di Vincente Feola, il nuovo CT. La nazionale verde-oro che si presenta in Scandinavia è un orologio svizzero, preciso, sensibile a tutti i dettagli. A tutti tranne uno: le maglie blu di riserva con i conseguenti numeri sulla schiena da dire alla FIFA. È il 24 giugno ’58 e allo stadio Rasunda di Solna va in scena Francia-Brasile. Chi vince va in finale. La Francia è l’avversario più temibile da incontrare con l’indiscusso capocannoniere del torneo Just Fontaine. In più, c’è quel fastidiosissimo problema delle maglie, con i brasiliani costretti a strappare gli stemmi dalle divise casalinghe per attaccarli a quelle blu. E i numeri? Ad ogni calciatore ne viene assegnato uno casuale, ma almeno è necessario comunicarli alla FIFA. Quel giorno la federazione, però, non fa in tempo a comunicarli ed è così che un uruguajo, che di mestiere fa il funzionario FIFA e che, in precedenza, era stato delegato per quel match, di sua iniziativa distribuisce i numeri ai calciatori brasiliani. Tu chi sei? Gilmar, il portiere. Tieni il 3. E tu? Garrincha. Per te ecco l’11. E tu, ragazzino, come ti chiami? Edson Arantes do Nascimento. Tu prendi la 10. Due ore dopo, il numero 10 sarebbe diventato il numero più importante del calcio.
Quella partita tra Francia e Brasile termina 2 a 5, con quel piccoletto dai tanti nomi, di nemmeno 18 anni, che aveva sulle spalle la 10 e un nomignolo assai carino, Pelé, che mette a segno una tripletta. Cinque giorni dopo, nella finale contro i padroni di casa della Svezia, firma una doppietta e in occasione del primo dei due gol, quello del 3 a 1, riceve un cross in area da Nilton Santos, aggancia davanti ad un difensore, fa un sombrero ad un secondo difensore e scarica al volo alle spalle del portiere. Quel giorno Edson figlio di Dondinho viene incoronato re nella terra del re, la Svezia, mantenendo la promessa fatta al padre esattamente otto anni prima: “Vincerò io il titolo, per papà Dondinho e per tutto il Paese”. Eppure, fosse stato per i tanto invocati psicologi, oggi, probabilmente, non avremo una mistica del numero 10 così tanto mistica, non avremo una mistica del ruolo dell’ala così tanto mistica, il Brasile non avrebbe almeno tre dei suoi cinque mondiali e il calcio, forse, non sarebbe il calcio. Agli inizi della spedizione svedese, in quello che è l’antesignano dello sportello di ascolto dei giorni nostri, gli psicologi si convincono del fatto che le mele marce del gruppo sono proprio Pelé e Garrincha in quanto il primo viene definito un immaturo, il secondo, invece una persona con un piccolo ritardo cognitivo. Il CT Feola vacilla e proprio mentre starebbe pensando di estrometterli dalla campagna, il suo capitano, Luis Bellini gli dice: “È vero, mister, non saranno due Nobel per la Fisica, ma li ha visti giocare?”. Da quel Mondiale in poi tutti vedranno la leggenda in carne e ossa di questi due fenomeni, avversari con i rispettivi club di Santos e Botafogo, ma sodali in tutto il resto, a tal punto di non perdere mai una partita con la maglia verde-oro se in campo insieme.
Certo, avrebbero potuto giocare di più insieme con quella maglia. Il destino gli ha regalato, da condividere, relativamente poco, perché, in Cile, causa infortunio occorso a Pelé, è Garrincha a prendersi sulle spalle la Seleçao conducendola alla vittoria finale mentre in Messico, nel 1970 è Pelé, ormai trentenne, a guidare da solo, una nazionale tutta nuova verso un’altra conquista del mondo. Ne sa qualcosa la nostra Italia, l’Italia di Facchetti, Sandro Mazzola, Gianni Rivera e Gigi Riva, sconfitta in finale Mondiale dalla nazionale, con ogni probabilità, più forte della storia del calcio, quella dei “cinque numeri 10”, Tostao, Rivelino, Gerson, Jairzinho e, infine, Pelé, che la 10, a differenza dei suoi compagni, in nazionale ce l’aveva per davvero.
Per conquistare il mondo – e forse la stratosfera – prima della finale con l’Italia, archiviata con un 4 a 1 senza appello, a quella nazionale del ’70 bastava chiudere il cerchio. Per farlo, però, era necessario che battesse l’Uruguay – che, ripetiamo, c’è sempre – ma in quell’occasione anche la Celeste dovette fare un passo indietro, venendo sconfitta per 3 a 1 e riconoscendo che il Brasile era cresciuto sul serio. Bastava, dunque, qualche trauma esistenziale, qualche spinta motivazionale, chiamatela come volete voi.
Grazie a Pelé, il Brasile non si è solo messo sulla cartina geografica del fùtbol, no. L’ha colorata di verde, di giallo tendente all’oro e di blu, tendente al Celeste.

Grazie, come sempre, a Federico Buffa e Carlo Pizzigoni, giornalisti, storici del calcio e autori tra le tante opere, di Storie Mondiali e Nuove Storie Mondiali. Un secolo di calcio in 13 avventure e Locos por el Futbol, Sperling & Kupfer, 2016 e 2018.

Fonte foto: profilo ufficiale Twitter di Pelé