Il mercato in Arabia Saudita: opportunità o minaccia per il nostro calcio?

Soffia forte il vento d’Arabia. Un vento tanto nuovo quanto caldo, come ogni fenomeno termico attuale, che non si rispetta e ancor meno si combatte, per impotenza, forse per pigrizia, forse per indifferenza.
L’entrata con i piedi a martello della Saudi Pro League sul calcio europeo adesso fa rumore e non genera né fastidio, né indifferenza bensì sentimenti che coinvolgono in toto gli interlocutori. E chi sono questi interlocutori tanto inquietati? Noi, naturalmente: pro-nipoti europei – e in parte anche latini – di chi il calcio lo ha inventato e adesso vede emigrarne le ultime generazioni di interpreti verso un bacino geografico povero di cultura, di tecniche e di un verbo affini al fùtbol. Ciò di cui, però, l’Arabia Saudita non è povera è il denaro, vera e propria causa di un esodo di calciatori verso il Medio-Oriente, cominciato lo scorso inverno con Cristiano Ronaldo, in rotta con il Manchester United e quindi svincolatosi dai Red Devils. Una prepotente ripresa del discorso mercato in Europa è avvenuta la scorsa primavera, secondo una strategia, a nostro avviso, meno tonante di quanto sembri. I primi acquisti, in ordine cronologico, della sessione attuale, infatti, sono stati Benzema, Mahrez, Kanté, Koulibaly e il suo compagno di squadra al Chelsea Mendy. Movimenti verso una nuova frontiera più culturale che non particolarmente calcistica: si dà il caso, infatti, che questi cinque calciatori condividano, oltre che una carta d’identità non più giovanissima anche una fede affine a quella dei sauditi, ovvero nell’Islam. In più, il sodalizio tra un colosso come quello saudita e quello americano del Chelsea ha fatto sì che il club londinese venisse sgravato di ingaggi pesanti, con nuove entrate, per preparare una nuova estate di spese pazze. Ecco, a proposito, gli ingaggi faraonici – tra le 11 e le 12 cifre ciascuno – garantiti ad ogni nuovo beniamino del campionato, hanno costituito il punto esclamativo per la chiusura di queste trattative “pilota”.

Inizialmente, perciò, l’unica inquietudine rispetto ai movimenti dei paperoni arabi, era quella di essere diventati già “vecchi” e di non poter più vedere ad alti livelli le gesta dei vari Cristiano Ronaldo e Benzema, accompagnata ad un certo sollievo per non rischiare di incontrarli negli incroci europei di coppa. Tutto qui? No di certo. L’estate del vento scirocco della Saudi Pro League ha visto “cadere” nelle dolci tentazioni arabe campioni nel pieno della carriera tra cui Brozovic, Fofana, Sadio Mané e Otavio – all’Al-Nassr con CR7 –, Fabinho – dal Liverpool all’Al- Ittihad con Benzema e Kanté –, Sergej Milinkovic-Savic – all’Al-Hilal –, Franck Kessié e Saint-Maximin – all’Al-Ahli –, e, neanche tanto clamorosamente, anche Neymar Jr., sempre all’Al-Hilal. Il numero 10 brasiliano non è nuovo ad ammiccamenti con principi arabi, dopo aver accettato la corte multimilionaria di Nasser Al-Khelaïfi e del suo Paris Saint-Germain nel 2017. Ciò che è triste è quella sensazione egoistica di non aver avuto abbastanza, in termini di spettacolo, da un calciatore al quale il dio del fùtbol non ha fatto mancare assolutamente nessuna qualità. Quel poco che O’Ney, dunque,vorrà esprimere, è lecito pensare che non lo farà davanti ad un pubblico capace di apprezzare fino in fondo.

E l’Italia? Come ha impattato sul nostro Paese questo fenomeno globale e che valore può dare il nostro movimento a quello che a tutti gli effetti è un colosso ineluttabile che vuole prendere solo i calciatori migliori di qualsiasi età essi siano?
Poche, doverose, premesse: il nostro movimento non è più la culla del grande calcio e degli All-Star team da quasi un ventennio; da qualche anno in meno ha toccato con mano la recessione e con essa la necessità di ridimensionarsi, con conseguenze sui risultati sportivi, ad eccezione dell’Europeo del 2021; i club sono impoveriti come i rispettivi parchi giocatori e come lo spettacolo in campo talvolta offerto; a proposito di campo, pesa e non poco l’assenza di stadi di proprietà nella valutazione che gli investitori, arabi o occidentali, fanno per poi scegliere di spendere altrove; sulla questione vendite del prodotto italiano nel mondo pesa anche il razzismo negli stadi ma la questione diritti umani non crediamo affatto che tocchi il mondo arabo.
Ergo, in un Paese che sta lambendo il terzo mondo riguardo al prodotto calcio cosa possiamo offrire noi a chi ha “grano” da investire se non quei (pochi) calciatori forti che abbiamo e che talvolta non sono neanche nati in Italia? Evidentemente nulla. Dunque, questa è una chiave di lettura per analizzare il rapporto Serie A-Calcio arabo, ovvero la prima che porge il cappello vuoto e anzi, è ansiosa di denaro fresco. A salutare il nostro campionato alla volta di quello saudita sono stati Brozovic – per 18 milioni –, Milinkovic-Savic – per 40 milioni –, Ibanez – dalla Roma all’Al-Ahli per circa 32 milioni –, Demiral – che sarà compagno di squadra di Ibanez per una cifra intorno ai 20 milioni. Guai a non tener conto anche del trasferimento dell’ormai ex Milan Sandro Tonali che è avvenuto sì in direzione Premier LeagueEl Dorado del calcio comprovata anche nello spettacolo – ma tra le fila del Newcastle del fondo arabo PIF del principe Mohammad bin Salman Al Sa’ud. Ognuno di questi calciatori è stato letteralmente accompagnato alla porta dei rispettivi club, per non parlare delle pubblicità per vendere anche i vari Pogba, Correa, Lozano, che non hanno (ad oggi, 25 agosto) trovato risposte da quel fronte. Il calcio italiano, in quanto azienda, ha un disperato bisogno dell’ossigeno garantito dalle vendite dei calciatori, sempre meglio se esuberi. A questo proposito, la prospettiva di un campionato poco educato ai tecnicismi che, insieme al meglio, si accontenta anche di semplici professionisti non sfugge ai dirigenti che, nella peggiore delle ipotesi, ovvero quella della vendita dolorosa di un campione, avrebbero comunque tanti milioni in più nelle casse. Gli stessi dirigenti, a questo punto, devono chiedersi: come siamo disposti a reagire a questo esodo, forti, se non altro, di nuova liquidità? Come li spendiamo questi soldi? Un esempio di grande mobilità e rinnovamento può essere senza dubbio il nuovo Milan targato Gerry Cardinale, dei dirigenti Moncada e Furlani, attivi più che mai sul mercato e che, dopo aver perso proprio Tonali, hanno allestito un parco di giovani talenti dalle spiccate doti offensive.

Altra chiave di lettura: l’Arabia che indirettamente sconvolge i piani di un’italiana sedendosi al tavolo delle trattative. Ultima, in ordine di tempo, la vicenda del ventunenne Gabri Veiga che, prossimo al trasferimento al Napoli, ha virato prepotentemente verso l’Al-Ahli, che ha pagato la clausola al Celta – cinque milioni in più rispetto a quanto avrebbe offerto il Napoli, pur trovando poi l’accordo – e garantito al campioncino spagnolo ben 12 milioni di euro, ovvero sei volte di quanto previsto dal contratto con gli azzurri (fonte, Cronache di Spogliatoio). 12 milioni l’anno bastano ad un ragazzo poco più che adolescente per colmare quella differenza (in negativo) di emozioni tra una piazza che vive di calcio come Napoli e una che sta cercando di importare con il vil denaro la cultura del pallone? Evidentemente sì. È molto probabile che gli ipotetici figli di Gabri Veiga staranno lì lì per appendere gli scarpini al chiodo, quando andare giocare per la Saudi League sarà diventata una cosa normale come per la Liga o per la Premier.

Tuttavia, a velocizzare questo flusso culturale del futbòl in Arabia Saudita, presto potrebbe esserci proprio l’ormai ex CT azzurro Roberto Mancini che, secondo l’edizione de La Gazzetta dello Sport del 24 agosto, sarebbe ad un passo dalla panchina della nazionale dell’Arabia Saudita. Per lui, infatti, sarebbe pronto un contratto da circa 25-30 milioni di euro l’anno. Non ci è dato sapere quanto sia stata decisiva l’ombra medio-orientale sulla decisione del Mancio di lasciare Coverciano e se quindi l’Arabia sia stata causa o effetto delle dimissioni di due domeniche fa.

Non ci resta che accettare, perché adesso è doveroso farlo, passivamente, ma sarebbe legittimo, in virtù del buon senso, non condividere le scelte, i mezzi e sicuramente anche i fini di un movimento, del quale partecipano adesso, anche i nostri vecchi beniamini.
Ripulirsi la coscienza con un pallone: lo sportwashing degli stati del Golfo, recitava così un articolo-inchiesta di amnesty.it, pubblicato il 16 novembre 2021, dopo l’acquisizione del Newcastle da parte del fondo saudita Pif. «Lo sportwashing è una strategia usata da stati o governi che sfruttano lo sport per rendere moderna la propria immagine e far distogliere lo sguardo dalla pessima situazione dei diritti umani nel proprio paese. Può avvenire tramite l’acquisto di squadre sportive, organizzazione di eventi o sponsorizzazione degli stessi». Di fatto, un fenomeno sempre più intenso che ha visto la luce all’incirca nel 2010, ovvero nel momento in cui l’ex presidente FIFA Blatter ha affidato al Qatar l’organizzazione dei mondiali del 2022. Da allora: è cresciuto il movimento City Group, con il Manchester City in prima linea; è nato il PSG come lo conosciamo noi oggi; hanno costruito gli stadi in Qatar occultando le centinaia di morti bianche e ora, a qualche Km di distanza stanno mettendo in piedi la vera Superlega del calcio, per continuare ad insabbiare gli strascichi nel quotidiano di una cultura che annovera, tra le sue ricchezze, lati di assai dubbia moralità che sfociano talvolta nel disumano. Pur accettando perciò la doppia faccia che il moto saudita del pallone rappresenta per il nostro calcio – come colui che dà e che allo stesso tempo toglie – siamo sicuri che prestare il fianco ad un certo tipo di progresso, in un certo tipo di scenario culturale, non vada ad incancrenire meccanismi corrotti e loschi, ben più grandi e intimi rispetto al calcio, che in fondo, per quanto meraviglioso, resta sempre un gioco?

Fonte foto: pagina ufficiale Twitter AlNassr FC