Pillole di Calcio – Grazie Don Andrés! L’omaggio al genio di Iniesta: una scia di magia che parte dall’Olanda e mette radici a Barcellona

Immaginate di dover lasciare improvvisamente la vostra casa, di emigrare e di ricominciare una vita nuova, magari all’insegna delle vostre passioni, facendo un lavoro appagante, ma pur sempre lontano dagli affetti e da quelle sacre sponde ove il corpo fanciulletto giacque.

Il corpo di Johannes Jacobus Neeskens ha sempre avuto qualcosa di eternamente fanciullo, forse perché alimentato da quel motore eterno che era il suo genio e che metteva in relazione testa e gambe e le slanciava nel futuro.
Nell’estate del 1974 – forse il periodo spartiacque per la storia del calcio – il centrocampista olandese Johan Neeskens vanta tre Coppe dei Campioni con l’Ajax, una Coppa Intercontinentale e una Supercoppa Uefa, sempre con la squadra del suo Paese. Il tutto all’età di ventitré anni, dopo essersi precluso la carriera di giocatore di baseball e quella di super modello, data la sua bellezza angelica. Se l’Alain Delon del calcio vive e lavora in Olanda, il suo compare in stile Jean-Paul Belmondo in Borsalino è, ugualmente, figlio della terra dei tulipani ma da un anno residente a Barcellona. Stiamo parlando, naturalmente, di Johan “Primo” Cruijff, inventore del calcio totale con l’Ajax e all’epoca miglior giocatore del globo terracqueo ma con un solo cruccio: il suo amico Neeskens deve raggiungerlo in Catalogna.

È così che nell’estate del ’74 – la più importante della storia del calcio per come lo conosciamo oggi – i due più grandi interpreti del tempo di questo sport si ritrovano insieme a Barcellona e, giusto una mezza giornata per sistemare gli armadietti l’uno accanto all’altro, salgono sul primo aereo per la Germania insieme a tutta la selezione Orange per disputare i Mondiali. L’Olanda dei due Johan – ma anche di Rep, Krol, Rijsbergen, Haan, Suurbier, van Hanegem, Rensenbrink, Jongbloed, van De Kerkhof – sta al pallone come l’accademia di Atene sta alla filosofia e il “Platone” è il CT Rinus Michels.
Poco importa se quel mondiale, alla fine, è stato vinto dai tedeschi, in finale proprio contro l’Olanda, perché gli sconfitti, alla fine hanno tracciato la strada maestra del fùtbol, poi proseguita da altri. L’ha tracciata, in particolar modo, Johan II Neskens – autore del gol illusorio del 1-0 in quella finale poi finita 2-1 per la Germania Ovest – che ha di fatto inventato il ruolo del centrocampista box to box, quello che generalmente difende, ruba palla e poi la conduce, talvolta entrando anche in area avversaria e segnando. Quella palla Neskens l’ha condotta fino allo scorso 6 ottobre 2024, giorno in cui è morto in Algeria mentre era in “missione di pace” per la Federcalcio olandese.

Da sinistra, Johan Neeskens e Johan Cruijff con la divisa della nazionale olandese

Cos’è, dunque, il lutto? Certamente è l’insieme di quelle pratiche messe in atto per elaborare la morte di una persona cara. Tuttavia, la psicanalisi va oltre il particolare concetto di morte e applica la parola e il gesto del lutto alla semplice ma anche più generica “perdita dell’oggetto amato”. Due giorni dopo la morte di colui che ha inventato il ruolo moderno del centrocampista, si è ritirato dal calcio giocato Andrés Iniesta, ovvero il calciatore che più di tutti ha sublimato tale ruolo nel rettangolo verde. Quello da cui comincia la storia è situato a Brunete, vicino Madrid, nel 1996. Andrés ha dodici anni e in un torneo infantil illumina la scena attirando l’interesse dei più grandi club spagnoli. Tra questi c’è il Barcellona che convince la famiglia Iniesta a lasciar andare il proprio figlio, tra non poche lacrime. Il resto è la storia di chi ha scalato le selezioni dell’Accademia più grande del calcio europeo. Ricordate Platone di cui sopra? Ecco. La stessa cosa. Solo un quarto di secolo dopo, in Spagna, e grazie alla scuola olandese emigrata in Catalogna. Guarda caso, il tecnico con cui il giovane Andrés esordisce in prima squadra è Louis van Gaal, il 29 ottobre del 2002 in Champions League contro il Club Brugge.
Prima che arrivi il mondiale del 2006, Iniesta è già indispensabile per i blaugrana nel cui centrocampo ha messo una tenda che condivide con un altro prodotto del settore giovanile, più esperto di qualche anno, ovvero Xavi. Qualche metro più avanti, invece, oltre alla superstar Ronaldinho, sta emergendo un piccoletto che, curiosamente, si chiama anche lui Andrés ma la gente sta imparando a conoscerlo come Lionel – perché è il primo nome – e come Messi.
Xavi, Iniesta e Messi incarnano una filosofia non negoziabile che è quella barcelonista ovvero: i fenomeni della squadra sono calciatori che sono nati e cresciuti con quei colori e hanno scalato tutte le selezioni, dai pulcini alla squadra B, passando per le under-15, ecc. Nel 2008, dalla Masìa, cioè il vivaio del Barcellona,arriva il futuro legendary quiet, il George Harrison stando in silenzio, armonizza la musica dei Beatles, ovvero Sergi Busquets, ma non è solo. Con lui c’è il nuovo allenatore del Barcellona, uno che il centrocampista lo ha fatto agli ordini di Johan I e lo ha fatto meravigliosamente bene. Il suo nome è Josep Pep Guardiola.

Un ragazzo con un dono naturale unico nel suo genere. Con lui tutto scorre naturalmente, questa è la cosa più impressionante che posso dire di Andrés: quella naturalezza della perfezione, come correva con e senza palla, anche se non era il ragazzo più veloce del mondo. Posso dire molte cose su di lui, ma la cosa più importante è il piacere di vederlo allenarsi, sono sicuro che il calcio lo ricorderà tra 50 anni, e questo è molto importante. Ringrazio Iniesta perché mi ha aiutato a capire meglio il gioco del calcio.

È proprio Guardiola a proferire queste parole nel 2018, a pochi giorni dall’addio di Iniesta al Barcellona. La grazia dei movimenti di Don Andrés – su qualsiasi campo verde, in allenamento o in partita – è pari a quella del suo pensiero perché, del resto, è uno dei pochi a saper tradurre fedelmente in cose concrete le idee geniali della sua mente. Una mente che vede prima e, infatti, è lo stesso Pep a svelare un retroscena sul suo inizio claudicante sulla panchina del Barça in quell’estate in cui tutto ha inizio. È il 31 agosto del 2008 e l’esordio è dei peggiori, sul campo del Numancia, con una sconfitta per 1-0. Nella sfida successiva del Camp Nou, addirittura il Racing Santander impone il pari, per 1-1. Al termine del match c’è solo un uomo in grado tenere intatta l’autostima di Guardiola e quell’uomo è proprio Iniesta: “Mister, la gente è contenta perché la strada è giusta e tutto andrà bene”. E tutto va meravigliosamente bene, a partire dal 6-1 inflitto allo sporting Gijón della domenica successiva in cui va a segno tutta la Santísima Trinidad, ovvero Xavi, Messi (doppietta) e Iniesta, fino ad arrivare poi, nel maggio successivo, alla conquista del Triplete, ovvero Liga, Copa del Rey e Champions League, vinta per 2-0 contro il Manchester United del Pallone d’oro in carica Cristiano Ronaldo. La cavalcata in questa competizione meriterebbe un discorso lungo e a parte su ma tranquilli, il racconto della seconda Coppa dalle grandi orecchie della storia del Barcellona è tutto condensato in un’esultanza stile Marco Tardelli proprio del nostro protagonista Andrés. Il teatro non è il Bernabeu come nel 1982, e neanche il Camp Nou di Barcellona, bensì Stamford Bridge, lo stadio di Londra del Chelsea. È il minuto 93 e i londinesi padroni di casa sono meritatamente in vantaggio per 1-0, e con un piede e tre quarti a Roma, dove si svolgerà la finale. L’altro quarto che manca, però, è il piede di Leo Messi che, dolcemente apparecchia, con la punta, un’assistenza per Iniesta che, a rimorchio, scarica un destro che si infila all’incrocio dei pali difesi da Cech. È il gol dell’1-1 che qualifica il Barcellona per la finalissima di Roma. L’urlo del centrocampista spagnolo è liberatorio: si è appena tolto maglia gialla da trasferta e sotto c’è una canotta ma quella no, quella Iniesta non la toglie e non la toglierà nemmeno un anno e due mesi dopo.

Il 6 maggio del 2009, un gol di Iniesta allo scadere regala la finale di Champions al Barcellona in una sfida thriller a casa del Chelsea, poi finita 1-1

Nel 2010, oramai, il Barcellona e la Spagna giocano nella stratosfera e il merito è, gran parte, di quella linea mediana composta da Busquets (in rampa di lancio anche nella Roja), Xavi e Iniesta. Il mondiale è l’unica cosa che manca a questi calciatori e l’occasione è lì, in quell’estate in Sudafrica, tra vuvuzela e Waka Waka.
L’11 luglio di quell’anno, si gioca la finale del Campionato del Mondo e a contendersela, nel Soccer City Stadium di Johannesburg sono Olanda e Spagna, rispettivamente il Paese dei maestri e quello dove sono sorte le scuole, e quindi degli allievi. Quella sera vincono gli allievi, per 1-0, e a segnare il gol della storia è il primo della classe, al minuto centosedici. Verso le 23:00 di una domenica di luglio, Andrés Iniesta scrive un capitolo indelebile della storia del calcio, ma che, in realtà, aveva già pensato e processato molto prima a tal punto da scegliere il compagno con cui avrebbe festeggiato il gol e con cui avrebbe alzato quella coppa al cielo.

Quel compagno di festa è Daniel Jarque, difensore dell’Espanyol ma assente dalla spedizione sudafricana e dai convocati di CT Del Bosque. Dani era, infatti, morto per un infarto l’8 agosto dell’anno precedente, a Coverciano (FI), mentre era nella stanza del ritiro estivo, al telefono con la sua compagna, all’epoca incinta di circa sette mesi. Dani Jarque siempre con nosotros è la scritta che campeggia sull’iconica canottiera che Iniesta mostra al mondo intero, dopo aver segnato il gol decisivo al portiere van der Sar e fatto toccare il cielo con un dito a tutta la Spagna. La verità è che ognuno di noi che lo ha visto giocare ha toccato un pezzo di cielo almeno una volta nella vita, anche se ci sembrava di vedere l’inferno, quando magari gli avversari di Iniesta eravamo noi, a tifare con la maglia azzurra in una nefasta e luttuosa finale di Euro 2012. E cos’è, allora, il lutto, in questo caso, se non una opportunità per dire grazie al Dio del calcio per averci donato due delle sue manifestazioni più alte, in bellezza, grazia e sapienza? Grazie a Dio allora. Grazie a Neeskens, Grazie a Don Andrés.

Fonte foto in evidenza: pagina ufficiale X Andrés Iniesta
Fonte foto interna: pagina ufficiale Instagram Nazionale Olandese OnsOrnage e pagina ufficiale uefa.com