Ancora una volta sporco, poco bello, concreto quando serve, e benedetto dai guantoni di Meret all’occorrenza. Il Napoli di Antonio Conte fa a Parma quel che deve fare da squadra poco abituata a gestire certe pressioni e il serrato testa a testa con l’Inter di Inzaghi che, a circa 126 km di distanza, si sta giocando le proprie chance contro una Lazio in piena corsa Champions. Gli azzurri fiutano il pericolo, e avvertono la paura delle gare decisive. Lo si avverte ad ogni scambio, ad ogni giro palla a cui è costretto per la buona organizzazione di un Parma che ha da mettere in cassaforte la salvezza. Si conferma, insomma, quanto ancora una volta Conte aveva sottolineato in conferenza: Napoli è una piazza che non sa gestire ancora bene certe pressioni, e così la squadra – e non è un demerito, ma un dato di fatto – non abituata a certi testa a testa al cardiopalma, da decidersi nell’arco di 90 minuti. Tuttavia, nonostante un calcio poco propenso alla spettacolarità – e complice Meret decisivo sulla conclusione di Sohm della mezz’ora -, Anguissa prova a caricarsi la squadra sulle spalle, e il suo sombrero meritava ben altra sorte che un pallone schiantatosi sul palo a Suzuki battuto.
Al termine della prima frazione, la paura non può che aumentare, specie quando a Parma arriva la notizia del vantaggio di Bisseck a Milano. Conte sa che ci sarà da soffrire, ma non per questo perde fiducia negli azzurri. Sohm rinnova il duello a distanza con Meret, ancora una volta decisivo nell’evitare il patatrac, e Politano timbra il secondo legno su un tiro-cross destinato alle spalle dell’estremo difensore. Insomma, quella dea bendata che il tecnico salentino aveva un po’ invocato in conferenza stampa sembra proprio non volerne sapere di sorridere agli azzurri. Conte lancia dentro Neres a venti dalla fine, e qualche minuto dopo gli astri si allineano strizzando l’occhio agli azzurri: se è vero che McTominay sfiora una l’eurogol su punizione – è ancora Suzuki a rovinare i piani del Napoli -, a due passi dalla Madonnina quel Pedro Benjamin-Button pareggia i conti, risollevando l’umore dei napoletani. Sorriso che dura appena sette minuti, perché l’incornata di Dumfries fa tornare avanti l’Inter, mettendo nuova paura e pressione agli azzurri sul terreno di gioco.
Il Napoli sa che deve provarci in tutti i modi, e se nel finale di Milano il rigore di Pedro ristabilisce un nuovo 2 a 2 – e Arnautovic si divora il gol del definitivo tris -, al 97′ Neres viene steso in area. Conte avrebbe la chance di portarsi a +3, ma Doveri viene richiamato dal Var per un fallo precedente di Simeone. Decisione più che discutibile avendo lo stesso Doveri concesso il vantaggio agli azzurri – e avendo, dunque, valutato sul campo intensità e contatto lasciando che l’azione proseguisse. Qualche polemica e qualche protesta di troppo costringono Chivu e Conte a far la doccia prima dei propri calciatori, ma al fischio finale è zero a zero. Lo zero a zero più benedetto dal Napoli, che mantiene un punto di vantaggio sui nerazzurri e, quindi, la vetta della classifica.

Tra gli schiaffi e le carezze di una dea bendata che si diverte a far salire pressione e battito cardiaco, gli uomini di Conte salgono a quota 79 punti, un punto avanti all’Inter, un distacco tanto breve quanto enorme. La fortuna restituisce all’Inter quel 2 a 2 beffardo con cui il Genoa aveva frenato gli azzurri al Maradona, e lo zero a zero di Parma diventa un risultato già bello che dimenticato. Il prodigio di Conte resta, così come l’impensabile realizzazione di un Napoli primo ad un passo dalla fine. Che piaccia o no, a differenza di ciò che dice Cocciante, non era per niente previsto. E quella rosa costruita ad hoc per l’allenatore salentino era attrezzata per tutto tranne che per provare a ritrovarsi lassù, guardando le altre dall’alto verso il basso. Certo, c’è chi parla di fortuna (la sorte, per intenderci), fattore che però interviene sempre, alcune volte a favore, altre no. Interviene a sfavore quando Conte è costretto a reinventarsi il Napoli, quando Raspadori diventa titolare con Neres infortunato, quando De Laurentiis preferisce non dar mandato a Manna di investire nell’immediato i soldi della cessione di Kvara – e per la cronaca, ieri Okafor è finito in tribuna -, e quando da gennaio Buongiorno gioca appena 7 partite di campionato – compresi i soli 62′ con la Lazio e i soli 64′ col Torino.
Ma interviene anche a favore, quando Pedro ringiovanisce come il vino e riacciuffa due volte l’Inter, facendo esplodere la gioia di quei napoletani ormai con la pressione a mille. Poco da fare, è il calcio, l’entità sovrannaturale che più di tutte sancisce le gare soltanto al termine dei 90′ + recupero.
Se la sorte va da sé, il Napoli di Conte ha adesso l’opportunità di indirizzarla, di coccolarla, di mostrarle in maniera più decisa la strada (casomai si fosse persa). Di ospitarla e di farla riposare, tessendo al suo posto i fili di un destino inimmaginabile, che avvicina Napoli e il suo popolo ad un passo dal 4° Scudetto della propria storia – e che sarebbe, nell’eventualità, il secondo nell’arco di appena tre anni; e quello a piedi, senza carrozza, ancora a sputare dalla bocca un sangue che s’è masticato per mesi di lavoro. Nel turbine delle critiche, dei detrattori, di quelli poco consapevoli del lavoro miracoloso che Antonio Conte ha fatto, tirando su una squadra che, sebbene abbia ancora pezzi dello scorso Scudetto, ha dovuto più volte ricostruirsi. E lo ha fatto facendo leva soltanto su sé stessa, senza alibi, senza puntare dita. Nel silenzio e nel sacrificio. Lo ha fatto facendo parlare campo e classifica, talvolta legittimamente guidando la piazza alla calma, ai piedi per terra, ad una certa razionalità – sebbene, proprio qui a Napoli, l’istinto abbia sempre una certa predominanza.
E lo sta facendo ancora, sottolineando quanto la storia va scritta, laddove agli altri non resta che leggerla. E mentre Antonio Conte e la sua truppa sono pronti ad indossare l’elmetto per andare a prendersi lo Scudetto – stavolta con il sostegno di un Maradona che farà da 12° uomo in campo -, forse a Napoli, più che in altre piazze, si sta finalmente comprendendo che sì, forse è proprio antipatico perché vince.
FOTO: SSC NAPOLI
