Ci sono i motivi, sono tutti lì, davanti agli occhi. Il secondo pareggio consecutivo tra le mura amiche del Maradona non è un caso, e ciò in cui è inciampato (ancora) il Napoli di Antonio Conte è anzi sintomo di fattori decisivi che ne stanno inevitabilmente condizionando l’andamento. Negare questi fattori, scivolare nella sola retorica di un Napoli che “non può permettersi di pareggiare in casa contro il Parma” rischia di essere il riflesso di un’incapacità d’analisi che agli addetti ai lavori non deve appartenere. Tutt’al più si dirà, per dovere di cronaca, che l’andamento casalingo del Napoli delle ultime giornate – e, in aggiunta, i punti lasciati per strada sinora – non coincide con chi possa ambire allo scudetto. Tuttavia, sei punti sono tutto e sono niente, e agli azzurri pesano altri problemi, ancor più decisivi dei punti persi per strada e che rischiano di condizionare un accesso alla Champions che è reso come minimo obbligatorio.
In primis, la consapevolezza di una rosa piuttosto condizionata da assenze pesanti, quelle che ad inizio anno avrebbero dovuto costituire un certo zoccolo duro: uno su tutti, Romelu Lukaku che, consapevolmente, sta spingendo il Napoli a giri di mercato che possono essere decisivi per il girone di ritorno. L’investimento di Lorenzo Lucca s’è fin qui rivelato sproporzionato al rendimento dell’ex Udinese, motivo per il quale adesso Manna si sta guardando attorno. Con gli occhi, notizia fresca di giornata, puntati su En Nesyri, attaccante marocchino del Fenerbache. Ma questa è un’altra storia: e la si cita a margine per evidenziare quanto, in determinati contesti di gara, Conte non possa fare a meno di fare all-in ancora su Rasum Hojlund.
E non che faccia un errore in questo, ma se ieri il Parma torna a casa con un punto preziosissimo lo deve anche (e soprattutto) alla gabbia su Hojlund e alla capacità di impedire un gioco fatto di verticalizzazioni; costringendo così gli azzurri a passare costantemente dalle corsie laterali. Ritardare la manovra e tempi di gioco, e spronare Circati e Troilo alla migliore marcatura sul danese, costretto spalle alla porta e tutt’al più ridotto a qualche innocua spizzata di testa.
Cuesta la studia bene, e sfrutta il fatto che il Napoli abbia poche alternative lì davanti. E se Noa Lang non soddisfa in tribuna il proprio allenatore – una prestazione, di nuovo, sotto le righe -, Conte, a parere di chi scrive, sbaglia due volte. La prima: l’ingresso di David Neres, palesemente al di sotto della propria forma fisica – e reduce pure dalla distorsione non ancora smaltita -, costretto poi ad uscire dopo soli 31 minuti giocati, senza apporto alla manovra offensiva. Una manovra che, proprio tra i piedi del brasiliano, fa passare quei palloni sulla trequarti pronti ad essere verticalizzati di più verso la punta col diciannove sulle spalle. La seconda: l’ingresso di Lucca a due minuti dal 90′. Il copione era già scritto: una rocciosa e massiccia linea a cinque uomini, schermati da altri cinque disposti quasi a cono con la base più lunga verso la porta avversaria. E non sarebbe cambiato nulla. Ammesso e (non) concesso che tra Conte e Lucca non sia mai sbocciato l’amore, l’altezza (ben 201 cm) poteva solo avvantaggiare gli azzurri, alla ricerca – lo ha chiarito anche Stellini nel post-gara – di quell’episodio che può farti sbloccare confronti così inceppati.
Ma i pochi minuti di Lucca, e così come quelli centellinati di Gutierrez o di Vergara, diventato il sintomo di un Napoli più facilmente sulle gambe. Le energie spese a San Siro contro l’Inter, attuale capolista italiana e contro cui gli azzurri hanno duellato solo tre giorni fa, hanno portatore ad un harakiri ben evidente. Il Napoli pecca di lucidità finendo per diventare trappola di se stesso, in quel giro palla sterile lungo le linee laterali che avrebbe ben giovato di giocate individuali. Quelle magari che, a maggior ragione se in assenza di Neres e con un Politano di più facile lettura, si sarebbe aspettati dall’olandese su cui s’è scelto di puntare in estate. Va da sé che mancanza di lucidità, la fatica degli impegni ravvicinati, le assenze pesanti – quanto pesa la capacità di lettura di De Bruyne adesso? Di contro a chi diceva che non spostasse equilibri? – tra cui Anguissa, un Gilmour che non fa rifiatare Lobotka e Meret sono veri boomerang. E, con un mercato vincolato dall’obbligo di rimanere zero a zero tra uscite ed entrate – ad una società che, in Italia, ha forse tra i bilanci migliori -, diventa tanto necessario quanto difficile (strategicamente difficile) riuscire ad operare come si vorrebbe.
Questo è il momento che vive il Napoli, un momento delicato di stagione, decisamente delicato. Uno di quelli in cui tocca fare di necessità virtù, con carattere ed identità, come spesso ha fatto la squadra allenata da Conte. In un mese ricco di impegni, e con all’orizzonte la trasferta di Torino contro la Juventus – dopo essere passati per il ritorno in Champions -, c’è da archiviare e ripartire. Nella speranza che gli azzurri possano ritrovare i pezzi mancanti, e nella consapevolezza che il Napoli è lì. A sei punti, tanti da riconquistare, e con la necessità di guardarsi le spalle. In una serie A combattuta, che ha già offerto colpi di scena e che continuerà ad offrirne.
A Conte tocca reinventarsi, quanto possibile, potendo contare sul soccorso (vincolato) di una società che ha da riaccendere una scintilla lì davanti. Che ha da arricchire il parco giocatori offensivi, per permettere agli azzurri di archiviare definitivamente ben dieci punti persi contro le così dette piccole – Torino, Udinese, Hellas Verona e Parma. Un punto di svolta, urgente e importante, che può incidere sull’intera annata. Magari con un pizzico di fortuna in più che non guasta mai.
FOTO: SSC Napoli
