Pillole di Calcio – Gli altri Nerazzurri. Il modello, spesso disatteso, dell’Independiente del Valle ovvero, come parlare di calcio alla gente

Cominciamo subito dicendo che non si può morire per una partita di calcio e che gli omicidi, le stragi e i tafferugli – in questo caso particolare perpetrati in nome del dio del pallone – sono quanto di più innaturale possa esistere a questo mondo. Contro natura sì, ma di attualità. Perché la notizia della strage dello stadio di Malang, nella provincia di Giava Orientale, in Indonesia, ha sconvolto tutti, ma proprio tutti, i fedeli di questo sport. Almeno 180 persone, infatti, sono morte calpestate nella calca venutasi a formare, lo scorso sabato, in seguito all’invasione di campo al termine della partita tra Arema Fc e Persebaya. I tifosi della prima squadra, inferociti in seguito alla sconfitta per 3-2 subita contro gli storici rivali, hanno fatto irruzione in campo, dando vita all’anti-spettacolo per eccellenza, in una giornata che resterà nella storia del calcio al pari della tragedia dell’Heysel del 29 maggio 1985 – in occasione della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool – per avvenimenti che vorremmo non accadessero mai.

Per proseguire, però, è necessario spostarsi in aereo, perché da Malang a Sangolquí, in Ecuador, pare ci vogliano circa 32 di viaggio planando sull’Oceano Pacifico. Ma perché proprio a Sangolquí, nella Provincia del Pichincha, in Ecuador?

“Nei pressi del Vulcano Pichincha, in Ecuador, sopra Quito, che è la capitale, sorge, una decina di anni fa, una squadra, che arriva anche in semifinale di Copa Libertadores anzi, in finale, e perde con l’Atletico Nacional. Si chiama Independiente del Valle. All’entrata (dello stadio, ndr) c’è una targhetta che dice: Qualcuno pensa che al gioco del calcio si gioca con i piedi. Son gli stessi che pensano che al gioco degli scacchi si usano le mani”.

Così, l’ex calciatore ed attuale opinionista Daniele Adani, illustrava i punti cardinali, geografici ed ideologici di un nuovo gioiello del calcio sudamericano e non solo, l’Independiente del Valle.
Nel 2007, l’imprenditore Michel Deller, acquista l’Independiente José Teràn, squadra ecuadoregna nata nel 1958 e, insieme ad altri soci, decide di cambiarle nome in Club de Alto Rendimiento Especializado Independiente del Valle, per gli amici solo Independiente del Valle. Tuttavia, insieme a quello legato ai connotati del nome, questa cordata – evidentemente sensibile al miracolo del fùtbol – opta anche per un rinnovamento legato alla filosofia del gruppo, all’identità di un club che comincia, così, a scovare i giovani virgulti e poi ad istruirli ad un calcio che sappia creare connessioni, in campo e fuori.
Una testimonianza di quanto detto è rappresentata da calciatori come Bryan Cabezas – passato per l’Atalanta –, Jefferson Orejuela, José Angulo – protagonisti di una grande cavalcata che, nel 2016, li portò a sfiorare una storica Copa Libertadores, persa in finale contro i colombiani del Nacional – e, successivamente, Piero Hincapié, difensore del Bayer Leverkusen che è stato anche nel mirino del Napoli, e Moises Caicedo, centrocampista totale del Brighton e futuro“crack” del calcio europeo. La scuola dell’Independiente del Valle può vantare anche due prestigiosissime vittorie nella Copa Sudamericana – vale a dire l’equivalente dell’Europa League in America Latina – l’ultima delle quali conquistata proprio lo scorso sabato ai danni del ben più quotato e famoso San Paolo, oltre al vanto di essere il progetto pilota di una piccola nazione come l’Ecuador che tra meno di due mesi si giocherà le sue carte al mondiale qatariota. E questo non è affatto un dettaglio.
Non sono casuali neanche le parole del giovane tecnico dei campioni di Sudamerica Martin Anselmi che, nella conferenza stampa post gara, invita i suoi dirimpettai – e con essi tutta la categoria degli addetti alla comunicazione – a non giudicare un allenatore e la partita in questione solo dal risultato perché un progetto sportivo non può dipendere solo da una palla che entra o prende il palo. Non si è perfetti nel primo caso, non si è falliti nel secondo. C’è, evidentemente, qualcos’altro ed è il percorso di lavoro che, se svolto con visione, ricerca e onestà intellettuale, porta ad acquisire uno status riconosciuto da tutti.

Il modello Independiente del Valle deve, a questo punto, stagliarsi nell’almanacco del calcio soprattutto per i valori di cui si sta facendo portatore da qualche anno a questa parte. Un modello di virtù, in fatto di cultura del pallone, che ha giovato molto degli echi di scuole di formazione come quelle continentali del Santos, del Palmeiras e del River Plate e che, a sua volta, sta creando un solco per il lavoro di altre realtà che proveranno ad emergere in futuro. Ah a proposito, i colori sociali del Club de Alto Rendimiento Especializado Independiente del Valle sono il nero e l’azzurro. Vi viene in mente qualcuno?

Forse il club meno specializzato in prove di alto rendimento, in questo inizio di stagione, è l’Inter, lontana dagli ecuadoregni circa sedici ore e venti minuti di aereo, da un punto di vista strettamente geografico, e giusto qualche anno luce, per tutto il resto.
Ricapitolando:
il regime di blocco di capitali all’interno dei confini cinesi ha messo la parola fine a tutte le mire, calcisticamente, espansionistiche del gruppo Suning alla guida del club meneghino, con obiettivi solo apparentemente a lungo termine e dichiarazioni d’amore non suffragate, gioco forza, da un solido sostegno alla causa del club;
– dopo aver limitato i danni nella sessione estiva di mercato del 2021, la dirigenza nerazzurra ha pagato una totale mancanza di input dall’alto e, soprattutto, di fondi da investire per integrare una rosa, già di per sé competitiva ma che, già questa estate, necessitava di un ricambio in zone del campo come la difesa. In tutto questo, è incredibile come una squadra di uno status storicamente così alto non riesca, ormai da troppi anni, a creare una rete di scouting che vada ad arricchire la prima squadra, rendendo, sul medio/breve periodo, come indolori addii come poteva essere quello di Skriniar la scorsa estate. Per intenderci, emulare il modello Napoli sull’avvicendamento Koulibaly-Kim;
– il gruppo squadra, persa una guida – in tutti i sensi – come Antonio Conte, ha continuato, per un anno, a muoversi in quella “bolla” garantita dai benefici di una preparazione atletica e di una militarizzazione di concetti che la gestione del mister salentino, inevitabilmente lascia. Dopodiché, anche chi ha lavorato in questo solco precedentemente tracciato come il tecnico Simone Inzaghi, non ha fatto nulla affinché si evitasse questo appiattimento totale, fino al pesante parziale di questa stagione che lo vede sconfitto in cinque delle dieci apparizioni in gare ufficiali.

È chiaro che i primi due fattori vanno pesantemente ad impattare sull’ultimo, resta però il fatto che questa squadra stia peccando anche e soprattutto nella comunicazione con l’esterno, perché è vero che è, forse, ancora troppo presto per ridimensionare ufficialmente il ventaglio di obiettivi stagionali ma è vero anche che un ridimensionamento già è avvenuto la scorsa estate in fatto di obiettivi di mercato. Si è, infatti, passati, dall’avere in pugno Bremer a fare una corsa contro il tempo per ripiegare su Acerbi, oppure dal trattenere Skriniar contro l’ineluttabile colosso del PSG, per poi sperare di rinnovargli il contratto – in stile Bremer, per intenderci – per poi cedere, prima o poi, alle lusinghe parigine.
Ciò che, in definitiva, rappresenta la cartina di tornasole della totale confusione in casa Inter sono le parole del suo allenatore che, evidentemente, creano una contro-cultura. Ridurre a episodi e a blackout momentanei le sconfitte contro Lazio, Milan, Udinese e, in ultima istanza, Roma e ripiegare sul super-io, rivendicando vittorie personali invece di fare quadrato attorno al concetto di Noi, di squadra, vuol dire evitare di spiegare a se stesso il perché qualcosa che è palese, ossia di una inadeguatezza rispetto ad un contesto come quello che è l’Inter.
Oggi, però, in un calcio che cambia e che rivela la sua vera natura di gioco associativo e di insieme di idee, pare essere ancora in voga quella atavica tendenza a speculare, sia in campo che fuori, fuorviando e addirittura arrivando a mentire chi fa le domande come i giornalisti e chi vive di passioni come i tifosi, sui quali ricadono inevitabilmente le scorie di questa polveriera.
Nerazzurri a confronto, modi di intendere il calcio, di realizzare calcio, di orientare i cuori della gente.

Piccola ma doverosa postilla. Non saranno evocative come le terre vulcaniche dell’Ecuador ma anche le campagne di Certaldo, con le galline di Cione, infondono una serie di valori come il bello, il giusto e la libertà che ti porti dentro per sempre. Li usi, come il vecchio architetto fa con le matite, le squadre e il compasso quando realizza il suo progetto e poi, con discorsi belli, giusti e liberi ne rende conto alla commissione giudicante. Luciano Spalletti è tutto questo. Bellezza, Giustizia e Libertà al servizio del calcio.

Fonte foto: pagina ufficiale Twitter Independiente del Valle