Pillole di Calcio – Au revoir, Ribéry. Il campione francese si ritira e la sua nuova vita potrebbe ripartire da… Salerno

Diciamoci la verità: chiunque, sentendo parlare di un mago di bassa statura, vissuto senza i genitori biologici e, soprattutto, con una cicatrice in volto come segno distintivo, penserebbe ad Harry Potter, a maggior ragione se si considera che questo mago ha raggiunto la massima fama tra i primi anni duemila e i primi anni del decennio scorso. Beh no… Non è Harry Potter e questa non è la trama di un film fantasy ma forse è qualcosa che ci va molto vicino dato il vero protagonista di questa storia.
Stiamo parlando di un bambino nato il 7 aprile 1983 a Boulogne-sur-Mer, in Francia, e il cui nome è Franck Henry Pierre Ribéry.  La storia è quella, appunto, di un bambino che poi è cresciuto diventando il campione che ha unito l’Europa, formandosi nei campetti fatiscenti di una Francia povera ma fiera, scoprendo la Turchia e l’Islam, guidando l’ascesa di un movimento calcistico come quello tedesco e, infine, congedandosi con i gradi del maestro, non prima di aver esportato il suo genio, in Italia.

Franck Ribéry, come tutti i geni che hanno calcato un campo da calcio, ha unito gli appassionati alimentando giorno dopo giorno un amore per questo sport, già di per sé, incondizionato. La sua scelta di regalare le sue ultime luci d’artista alle città di Firenze e Salerno – che delle luci d’artista fa da anni uno dei suoi principali biglietti da visita – rimarrà sempre scolpita nella memoria storica di un calcio come il nostro che, in certe occasioni, è un po’ più consapevole di essere ancora importante nella geografia du football. Ancora di più se si pensa che proprio dal nostro paese, e forse proprio dal golfo di Salerno, potrebbe cominciare una nuova avventura per il campione francese.
Lo scorso venerdì è rimbalzata, improvvisamente, la notizia secondo la quale Ribéry avrebbe già deciso – e anche comunicato ai suoi compagni della Salernitana – di lasciare il calcio giocato, in seguito agli ultimi esami sostenuti che non hanno lasciato molti margini di scelta al fuoriclasse francese, ormai trentanovenne: ennesimo intervento alla gamba o stop definitivo. La seconda opzione, ovvero, quella presa in considerazione da Frank, ci rende tutti un po’ più poveri e un po’ meno sorridenti, per un calcio, il suo calcio, che non rivedremo più. Ergo, voltare pagina e farlo nelle vesti di dirigente, prima, e di allenatore, poi, e tutto questo studiando nel microcosmo favorevole della Salernitana, dove si sente a casa, in mezzo ai pescatori e a quella gente fiera come quella della sua terra natia che lo ha amato sin dal primo istante.

A proposito di terra natia: povertà e assenza di sorriso sono state le due “compagne” dell’infanzia di quel bambino, vittima, a soli due anni, dell’incidente che gli avrebbe cambiato per sempre la vita. Era in macchina con la sua famiglia quando la vettura andò a sbattere provocando la rottura del vetro a fianco di Franck che subì diversi tagli, tra cui uno sul lato destro del viso e un altro lungo le sopracciglia, per un totale di circa cento punti di sutura. Le nostre cicatrici sono le depositarie della nostra storia e delle nostre forze e, nel caso del piccolo Ribéry, di tutto ciò che è stato immagazzinato fuori scuola, quando i genitori dei suoi compagni erano i primi a stigmatizzare l’aspetto di quel bambino, che aveva la “colpa” di essere capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Appunto, spazio e tempo. Spazi giusti e tempi certosini, quelli che quel giovane talento sperimentava sui campi di Boulogne-sur-Mer, dal pomeriggio fino alle due del mattino inoltrate, fino a diventare un oggetto prezioso del calcio mercato, prima locale e poi internazionale. Il calcio non è subito sinonimo di successo, perché nel 2002-2003, a soli vent’anni, cade insieme al suo club dell’Olympique Alès, nell’oblio del fallimento e i debiti, anche personali, sono forti a tal punto da spingerlo verso il padre, dove con il lavoro dell’operaio, avrebbe potuto ripagarli. Franck, dunque, si allontana dal calcio ma solo per qualche mese, perché in fondo è la vita ad avere dei debiti con lui e non viceversa. È così che, superato anche l’altro ostacolo del Galatasaray – sul quale le aspettative erano ben più rosee ma che si rivelerà poi essere un altro porto di sventure in fatto di “finanze” – si aprono gli orizzonti del calcio vero, con l’approdo a Marsiglia, in una città che trasuda calcio e che lo consegna in purezza alla nazionale di Domenech, per intenderci, quella che arriverà seconda dietro l’Italia di Lippi e Cannavaro ai Mondiali del 2006. Era in campo Franck, in quella notte azzurra del 9 luglio 2006 e ora staremmo raccontando una storia leggermente diversa se al minuto 99, durante il primo tempo supplementare, invece di sibilare fuori, quel suo diagonale fosse finito in rete, alle spalle di Buffon. La sliding door perfetta per la nazionale francese, non per il suo giovane talento con indosso la maglia numero 22 la cui ascesa, tutto sommato, era diventata inarrestabile.

Lo capì presto il Bayern Monaco che, un anno dopo, lo acquista a peso doro dal club francese, per trenta milioni di euro, insieme ad un altro protagonista di quella notte dell’Olympiastadion di Berlino, vale a dire Luca Toni, prelevato dalla Fiorentina per una cifra vicina agli 11 milioni. La coppia Ribéry-Toni porterà alla Baviera una Bundesliga e una DFB Pokal nel primo anno ma con l’italiano è una sana, prolifica e divertente amicizia. A partire dall’estate del 2009, Ribéry troverà, invece, l’amore calcistico con Arjen Robben, che i bavaresi acquistano dal Real Madrid. Insieme, al Bayern, formeranno una delle coppie di ali più forti di sempre, portando i tedeschi sul tetto del mondo nel 2013, con la storica tripletta di vittorie in campionato, coppa e Champions League, la vittoria della Supercoppa Europea e, infine, il successo nel Mondiale per Club.
In tutto, con la maglia rossa del Bayern, Ribéry ha conquistato nove campionati nazionali, sei coppe di Germania, cinque supercoppe, una coppa di Lega, una Champions League, una Supercoppa UEFA e una coppa del mondo per club. A livello individuale, invece, lo score è di 124 reti in 425 apparizioni con un numero di assistenze alle marcature dei compagni vicino a 200. Numeri che parlano di un trascinatore, di un leader indiscusso, umile, felice solo se gli altri lo sono, interessato unicamente al riconoscimento di squadra ma che, tutto sommato, ha, tutt’ora, qualcosa da rivendicare unicamente per sé.
È scientificamente provato, infatti, che, per un motivo o per un altro, al termine di una stagione di dominio assoluto del Bayern Monaco il Pallone d’Oro non debba venir assegnato all’artefice principale di quel dominio: nel 2013 il campione francese è nominato UEFA Best Player in Europe, miglior giocatore dell’anno ai Globe Soccer Awards e miglior giocatore della competizione al Mondiale per Club tenutosi in Marocco, tuttavia arriva solo terzo nella classifica di France Football del Pallone d’Oro, alle spalle di Messi e del vincitore Cristiano Ronaldo; nel 2020 tocca a Robert Levandowski, invece, vedersi sfuggire il meritatissimo premio, perché la giuria della rivista francese aveva, in precedenza, deciso di non assegnarlo causa pandemia.

Proprio nella stagione 2019/2020, Ribéry passa alla Fiorentina, dopo essersi svincolato dal Bayern Monaco. I suoi due anni in Viola coincidono con il periodo forse più difficile della gestione Commisso, con la Fiorentina costretta a rincorrere l’obiettivo salvezza, piuttosto che l’Europa, come aveva abituato la piazza negli anni precedenti. Nonostante i problemi della squadra, però, la stella di Franck Ribéry ha sempre indicato la via, in allenamento ma soprattutto in partita. Vale la pena ricordare il primo – è forse il più abbacinante – lascito del francese al nostro Paese, nella notte di domenica 29 settembre 2019, quando a San Siro va in scena Milan-Fiorentina che, più che una partita di calcio, è un’esibizione dell’allora trentaseienne francese. In 89’ San Siro assiste impotente alle magie di Franck che, prima, entra nell’azione dell’1 a 0 viola procurandosi il rigore, poi fa espellere Musacchio per un’entrata killer dell’ex Villareal e, infine, sigla il gol del 3 a 0 con un gioco di prestigio ai danni di Calabria e dell’allora difensore rossonero Leo Duarte. All’uscita di Ribéry, al minuto 89, San Siro – che di campioni ne ha visti e amati in ogni epoca – gli tributa una meritatissima standing ovation, senza colore di maglia perché certi campioni vanno oltre l’attaccamento alla singola squadra.

Alla scadenza del contratto con la squadra toscana, nell’estate del 2021, Franck è, di nuovo, un calciatore svincolato. La nuova Lazio di Maurizio Sarri mette gli occhi su di lui ma ad aggiudicarsi le sue prestazioni è la Salernitana che, all’epoca dei fatti, è ancora guidata da Claudio Lotito, patron proprio della Lazio. Ribery, a Salerno, diventa il pastore anzi, il capitano di un grande peschereccio, e quando, a inizio 2022, la nuova proprietà Iervolino, con il DS Sabatini, gli affianca un’altra figura carismatica come Davide Nicola, è allora che il sogno di un intero popolo diventa realtà. Con indosso 39 anni tondi tondi, la fascia da capitano e tante responsabilità, Franck Ribéry regala alla Salernitana la sua leadership e una salvezza destinata a rimanere negli annali del nostro campionato, per quello che, come sembra, sarà stato il suo ultimo, definitivo dono da calciatore.
Una cicatrice che ti impone di correre, pensare e agire meglio degli altri, un talento sovrannaturale, una capacità di fare scuola e trascinare. Siamo quasi certi che non si tratti di Harry Potter, anche se avremmo visto volentieri Ribéry con la pietra filosofale in tasca – con nel primo capitolo della saga di J.K. Rowling – per guadagnarsi l’eterna giovinezza. Franck Ribéry’s saga. To be continued…

Fonte foto: pagina ufficiale Twitter Franck Ribéry