Pillole di Calcio – Caro Thiago Motta ti scrivo. Storia di un regalo di Natale scartato al Maradona e di due eredità pesanti

Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’ e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò. Da quando sei partito c’è una grossa novità, l’anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va.

Scontato, banale. Per l’ultima pillola di calcio del 2023 non c’era qualcosa di più originale de L’anno che verrà di Lucio Dalla con cui iniziare il pezzo? Può darsi anzi, sicuramente, ma non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di ostentare tale opera d’arte proprio oggi e i motivi sono sostanzialmente due.
Immaginate di star scrivendo la vostra personalissima lettera d’auguri a Luciano Spalletti, al concittadino napoletano che tutti stavano aspettando di avere. Ecco, gli confessereste tutto ciò che non sta andando bene nel mondo Napoli, dei problemi difensivi, di una fragilità emotiva tuttavia ancor presente in spogliatoio, seppur in misura minore grazie all’avvento del Mazzarri 2.0. Poi magari passereste perfino alle questioni personali: a quella ragazza con cui è andata male, quell’esame da dare ai primi di gennaio o quel grande traguardo da raggiungere. Lui c’era un anno fa, in prima linea. Sembra passato un secolo e i quasi cinquecento kilometri che separano il Maradona dalla sua casa a Certaldo sembrano tremilaottocentonovantuno, ovvero quelli che ci separano da Rovaniemi, capoluogo della Lapponia, la Certaldo di Babbo Natale. Ecco: avete mai visto Spalletti e Babbo Natale nella stessa stanza? Le leggerebbe le lettere dei napoletani il buon Babbo Luciano? Non importa se sì o no, a lui direste tutto. Tutto. E lo fareste per un’inconscia fede in un principio secondo cui chi realizza i tuoi sogni una volta, non è detto che non possa rifarlo. Tocca scrivergli più forte per davvero allora, perché giugno 2024 è alle porte e, nelle vesti di CT, Spalletti guiderà la Nazionale agli Europei tedeschi, con la Napoli tricolore tatuata sul braccio.

Motivo numero due: il “Caro amico ti scrivo” di Lucio Dalla accompagna ogni partita casalinga del Bologna che, a mani basse, è la rivelazione di questa Serie A, e non solo perché dopo sedici giornate è al quarto posto in solitaria. Diciamo subito che il “miracolo” rossoblù ha un nome e un cognome: Giovanni Sartori, dirigente illuminato o, se preferite, Re Mida che trasforma in metropoli del pallone anche la più piccola squadra provinciale. In principio, ossia nel 1992, è il Chievo Verona, una squadra di borgata messa su diligentemente dai produttori dei pandori Paluani – per restare in tema natalizio – e con la quale il buon Sartori aveva chiuso la sua carriera da calciatore professionista tre anni prima e, anzitempo, anche quella da allenatore, nel 1991. A soli trentacinque anni, il presidente Luca Campedelli lo promuove direttore sportivo e in ventidue anni ottiene un’affermazione costante in Serie A, una partecipazione ai preliminari di Champions League, due partecipazioni in Coppa UEFA. Dopo il Chievo, il sornione ds Sartori fa fare il salto di qualità all’Atalanta, presa nel 2014, in meno di dieci anni portata ad un minuto da una semifinale di Champions League e, in generale, ad una identità e una credibilità riconosciute ed ammirate a livello internazionale. Non vediamo perché non si possa arrivare a parlare di “miracolo felsineo” in questa nuova avventura bolognese, non prima, però, di aver premesso che non è con la grazia dell’Arcangelo Gabriele che si arriva in Champions League o a plusvalenze di trenta o quaranta milioni ciascuna.
La grazia di Sartori, piuttosto, è un mix fatto di merito, lavoro rigido, valori umani autentici e grande competenza, che rende un ambiente fertile e stimolante per gli addetti ai lavori: Luigi Delneri e Giampiero Gasperini sono stati, e sono, perfetti interpreti del progetto del ds rispettivamente a Verona e a Bergamo con l’Atalanta. Oggi, a Bologna, a guidare la squadra ci pensa Thiago Motta, il nuovo che avanza, si direbbe. In realtà, l’italo-brasiliano allena nel nostro calcio da quattro anni e con una progressione che rasenta l’eccellenza esperienza dopo esperienza.
Nel campionato 2019/2020 è sulla panchina del Genoa, subentrato ad Aurelio Andreazzoli dopo otto giornate e cinque punti racimolati dalla squadra. Sulla sponda rossoblù della Lanterna l’ex centrocampista ci starà, però, solo due mesi, nei quali si registra, peraltro, uno 0-0 all’allora San Paolo di Napoli che non avrebbe fatto altro che accelerare il processo di allontanamento di Carlo Ancelotti dallo spogliatoio azzurro. Si vedeva già qualcosa in quel trentasettenne: sarà stato forse per quell’aura da calciatore navigato – vincitore di un Triplete storico con l’Inter nel 2010 – per quella sua carriera meno “italiana” del suo passaporto – tra Barcellona, Atletico Madrid e PSG, oltre che Genoa e Inter – che ha plasmato in lui una cultura esotica del lavoro e della proposta in campo, a volte troppo sbilanciata in avanti. Fatto sta che nell’estate 2021 il galvanizzato imprenditore statunitense Robert Platek chiama Thiago sulla panchina dello Spezia, per preservare quel calcio pro-attivo e redditizio che con Vincenzo Italiano aveva portato ad una brillante salvezza solo il mese prima. L’esperimento pare fallimentare. Nell’ultima gara dell’anno, i liguri arrivano al San Paolo – da un anno ribattezzato “Maradona” – con tredici punti in diciotto giornate e, di fatto, senza un allenatore. Anche i muri, infatti, sapevano che Thiago Motta era stato delegittimato dai vertici societari dello Spezia, non ancora allontanato fisicamente solo a causa di una penale di 400 mila euro che la società avrebbe dovuto corrispondergli in caso di esonero prima del capodanno 2022. Il miracolo del fùtbol vuole che, a tre giorni dal Natale, la testa  del “napoletano” Juan Jesus regali i tre punti allo Spezia – in una partita in cui i liguri hanno messo insieme la bellezza di 0 tiri nello specchio della porta contro il Napoli di Spalletti – e faccia una grazia a Motta più in stile Arcangelo Gabriele che non in quello tipico di Sartori di cui sopra. Su quella deviazione infausta, e sull’unica gioia non meritata in quarant’anni d calcio, il tecnico italo-brasiliano avrebbe costruito non solo la salvezza dello Spezia – che oggi, a distanza di due anni, è in Serie B ed è più vicino ad una retrocessione che non ad una pronta risalita – ma anche la sua carriera.

Sartori e Thiago Motta, a fine estate 2022 hanno dato vita alla rivoluzione a Bologna. In quelle settimane, il capoluogo emiliano scotta più di una qualsiasi città italiana in pieno luglio per via di un cul-de-sac dalle proporzioni giganti: l’uomo più importante della storia recente felsinea è molto malato, ma l’uomo più grande della storia recente felsinea è anche l’allenatore rossoblù ma non è più fisiologicamente in grado di tenere il pallino del campo, con conseguenti risultati negativi in campionato. Qual è il modo giusto, allora, per dire ad un fiero condottiero come Sinisa Mihajlovic di fare un passo indietro rispetto al suo incarico? Certo, se si fosse dimesso, o se si fosse optato per qualsiasi altra strada non unilaterale come l’esonero, sarebbe stato meglio sia da un punto di vista mediatico, sia da un punto di vista legato all’appeal del club in vista della sostituzione. Invece no. Il 6 settembre, non l’uomo ma il professionista Sinisa Mihajovic è esonerato dal Bologna. È il primo grande shock sartoriano a pochi mesi dall’insediamento a Casteldebole, se non altro per l’impatto mediatico e per il casting successivo. La prima idea del club è Roberto De Zerbi, libero dopo l’esperienza allo Shakhtar Donetsk conclusasi a causa dello scoppio della guerra. «A Bologna sarei andato a piedi, è una delle grandi piazze italiane, ma in quel momento ho ritenuto che non fosse giusto per me, senza fare moralismi. Se mi ha scritto Sinisa? No, non ci conosciamo. Era una questione solo mia.». Così l’attuale tecnico del Brighton a Sportitalia, il 18 novembre 2022, a conferma di una difficoltà nell’accettare quella panchina, rimasta sguarnita non per volontà di colui che vi sedeva sopra.
Su quella panchina si siede Thiago Motta il successivo 12 settembre, determinato ad andare per la sua strada e a lasciare vivo il ricordo di Mihajlovic, continuando a lavorare in quel solco tracciato dall’ormai ex tecnico, soprattutto in termini di valori umani. Dopo le prime uscite insufficienti, con un punto in tre partite, è ancora Napoli a rappresentare una svolta nel percorso di Thiago. Durante la sfida del Maradona del 16 ottobre, infatti, si cominciano a notare i primi germogli della creatura dell’italo-brasiliano, che va sì incontro alla terza sconfitta in quattro partite ma sfoggia una gran prestazione che farà da apripista per quelle a venire. Curiosità: in occasione del 3-2 per gli azzurri, poi campioni d’Italia, Juan Jesus – il cui autogol, dieci mesi prima, aveva salvato la panchina, di Thiago Motta a La Spezia – si prende una piccola rivincita segnando il gol del momentaneo vantaggio al 45’ del primo tempo. Il resto è una storia che parla di: un nono posto e di una lotta per un posto in Europa fino all’ultima giornata; di un campionato 2023-24 cominciato sulla falsa riga del precedente, con due sole sconfitte in sedici gare, un gioco meraviglioso e una serie di campioncini mostrati a tutt’Europa. Thiago Motta è entrato nella testa di ragazzi come Zirkzee, Calafiori, Beukema e Ndoye – per citarne solo quattro – e li ha portati ad un livello altissimo, talmente alto da indurli ad imporre gioco, e frenate sui risultati, alla Juve, all’Inter e alla Roma, le squadre con il monte ingaggi più alto della Serie A (i rossoblù sono al tredicesimo posto della classifica stipendi).

Non tutti sanno che questo matrimonio tra Thiago Motta e il Bologna sarebbe potuto finire l’estate scorsa, e non solo per i continui punzecchiamenti dell’allenatore circa una campagna acquisti che stentava a decollare piuttosto per un’ipotesi di approdo all’ombra del Vesuvio come immediato successore di Spalletti. Secondo un’interessante retroscena della Gazzetta raccontato da Maurizio Nicita lo scorso ottobre, il patron De Laurentiis avrebbe addirittura incontrato Motta il quale, però, avrebbe rifiutato a seguito di una risposta evasiva a sua precisa domanda “Chi sarà il direttore sportivo del Napoli della prossima stagione?”. La risposta di De Laurentiis, a metà tra il celeberrimo “Sono io il vostro Cavani” e “Sono io il vostro Sartori”, non ha evidentemente soddisfatto il giovane tecnico che ha preferito perciò non bruciare le tappe troppo in fretta, con conseguente virata di ADL su Rudi Garcia.
Non sapremo mai cosa, in proporzione, è più difficile tra il sostituire Mihajlovic a Bologna o Spalletti a Napoli. Di certo Thiago ha reso semplicissima la prima cosa, a tal punto da stroncare sul nascere le presunte veline giornalistiche sui paragoni con il compianto Sinisa (ricordato lo scorso 16 dicembre, a un anno dalla sua morte) o cose varie. Forse non era semplicemente il momento di vestirlo d’azzurro. E poi chissà, una combo Sartori-Motta, negli anni a venire, potrebbe stuzzicare non poco il presidente De Laurentiis e magari intaseremmo con meno lettere nostalgiche la casella postale di Babbo Luciano.

Buon Natale

Fonte foto: pagina ufficiale Lega Serie A