Eccoci qua, ad osservare il sipario che cala sulla stagione agonistica di calcio ’21/’22 e, nel mentre, a ripercorrere tutto ciò che ci ha regalato, in ambito italiano e internazionale. A proposito di ambiti internazionali: domani sera, allo stadio Wembley, si assegnerà la Coppa dei Campioni CONMEBOL-UEFA 2022, nella finalissima tra Italia e Argentina, rispettivamente vincitrici delle ultime edizioni di Europeo e Copa America. Inutile dire quanto, almeno da domani fino all’ultima sosta nazionali pre-mondiale, ogni partita degli Azzurri sarà una sofferenza, figuriamoci quella che, di fatto, sarà un amichevole da disputare, per giunta, nello stadio dove solo dieci mesi fa raggiungevamo la gloria.
Non è, tuttavia, né il momento, né l’atteggiamento giusto, quello dell’essere schizzinosi, specie se il nostro si è riscoperto un movimento privo di risorse e, di conseguenza, anche di appeal e, quindi, di introiti economici. Pertanto, è arrivato il momento di metterci in gioco a 360°, dando valore anche alle manifestazioni di dubbio prestigio come può essere una Finalissima tra Europa e Sudamerica e come poteva esserlo la neo-nata Conference League che la Roma di Josè Mourinho si è portata a casa ammantandola di un’aura di rara luminosità. L’esperienza dei giallorossi in questa manifestazione sportiva è stata, in una parola sola, piena. È stato nella Conference, infatti, che la Roma ha toccato, in una fredda serata norvegese di metà autunno, il suo punto più basso della stagione – dopo l’1 a 6 subito dal Bodo Glimt – e, sempre, in Conference, è stato toccato il punto più alto non solo di quest’annata sportiva ma degli ultimi quattordici anni, con la vittoria di un trofeo – ai danni degli olandesi del Feyenoord – che, all’ombra del Colosseo mancava dal lontano maggio del 2008. Nel mezzo: due percorsi, in campionato e in coppa, opposti per rendimento ma uguali per il supporto costante e, altrettanto pieno, dei tifosi, incondizionatamente fedeli ad un condottiero come Mourinho che, alla fine, ha saputo come ripagarli. La vittoria di Tirana, dunque, è ciò che di più catartico potesse capitare ai tifosi della Roma che, grazie a quella coppa in bacheca hanno salutato, con una specie di Carnevale di Rio, una stagione nel complesso altalenante, deludente sul piano del rendimento di molti singoli, delle prestazioni di squadra e dei risultati, in un campionato modesto, concluso al sesto posto.
Anche Milano ha fatto festa – per la verità più quella rossonera che nerazzurra – nel fare incetta di trofei nazionali con uno scudetto del Milan, una supercoppa e una coppa Italia nerazzurre. Il Milan si cuce il tricolore sul petto e proverà sì a ripetersi ma anche a fare un upgrade in Champions League, salutata troppo presto quest’anno. L’Inter, pur non rimanendo a bocca asciutta, dovrà anch’essa migliorare un piano tecnico e tattico già riconosciuto ad un livello alto, ricalibrandolo, eventualmente, in funzione di qualche avvicendamento tra i titolari.
Chi, invece, non può che rammaricarsi per una stagione gettata alle ortiche è la Juventus, rea non tanto di aver concluso, dopo undici anni, l’annata con zero trofei conquistati, bensì di non aver mai provato a cercare la strada giusta per vincerli. Attenzione, la strada non poteva, come non potrà essere, solo Vlahovic e con lui, eventualmente, Pogba, Di Maria e l’intero mercato e ciò appare ancora più evidente dopo quest’anno in cui a fare la differenza non è stata solo la somma delle parti ma l’Insieme.
Lo sanno dalle parti del Santiago Bernabeu, dove non c’è prospettiva per vedere una stagione del Real Madrid come “buona” se non quella dalla quale si salutano tutte le squadre dall’alto. Il Real Madrid che, esattamente un anno fa, Florentino Perez riconsegnava sapientemente nelle mani di Carlo Ancelotti, ha regalato alla storia del Futbol il secondo Doblete de oro in cinque anni, vincendo la trentacinquesima Liga e la quattordicesima Champions League, dando all’Europa tutta una prova di strapotere calcistico raramente esibito prima. Abbiamo avuto già modo di tessere le lodi del tecnico di Reggiolo in occasione dei festeggiamenti per il campionato conquistato – il quinto della sua carriera nel quinto paese europeo – e, in quella stessa occasione, abbiamo detto della probabilità che quello potesse non essere l’unico trofeo stagionale per le Merengues. E infatti, tre giorni fa, allo Stade de France di Saint-Denis, il Real Madrid ha battuto il Liverpool di Jurgen Klopp per 1 a 0, aggiudicandosi la Coppa dei Campioni, al termine di un percorso che ha visto i Blancos affrontare dei veri e propri colossi del panorama calcistico.
Detto della “nuova guida tecnica”, il Real Madrid si presentava ai nastri di partenza di una stagione, da molti definita transitoria. Ma verso cosa, esattamente? Probabilmente verso una stagione – quella ‘22/’23 – che avrebbe portato all’ombra della Dea Cibeles il miglior calciatore dei prossimi dieci anni almeno, ovvero Kylian Mbappé, insieme ad una serie di giovani futuribili sulla falsa riga di Vinicius, Rodrygo, Valverde, Militao e Camavinga. Questi sono i giovani su cui Florentino Perez ha puntato nel corso degli ultimi anni e che si sono aggiunti ad un gruppo esperto, in fatto di età, e geniale per tutto il resto – basti pensare alla “Santissima trinità” del centrocampo con Modric, Casemiro e Kroos associati a Karim Benzema. Ha sorpreso fin dall’inizio del ritiro una quasi unanime indifferenza con cui si parlava del Real Madrid, ipotizzandone un cammino europeo all’ombra dei “nuovi grandi” Bayern, Liverpool, Chelsea, Manchester City e, soprattutto, dell’All Star Team Paris Saint Germain del nemico storico Lionel Messi. Sta di fatto che, dopo un “allenamento” contro l’Inter di Inzaghi nei gironi, il Real Madrid ha incontrato ben quattro di quelle cinque squadre citate sopra nel ventaglio delle favorite e le ha eliminate tutte.
Le tre sfide dagli ottavi alle semifinali, seppur diverse nello sviluppo dei 180’, hanno riservato lo stesso comun denominatore, ovverosia c’è stato un momento in cui il cui Benzema e compagni sono stati ad un passo dall’essere eliminati, e anche meritatamente. Le sfide con PSG, Chelsea e Manchester City ci hanno parlato di ampie porzioni di gara o, addirittura, di partite intere, totalmente regalate agli avversari, di un’abilità innata a rimanere a galla prima e vincere la medaglia d’oro di nuoto poi e di un altrettanto innato principio di un Santiago Bernabeu come terreno dei miracoli, con tifosi e calciatori ad imporre le mani. I calciatori, appunto, si confermano i migliori del mondo, in ogni ruolo, e qualcuno se ne accorge solo oggi, dopo aver distolto lo sguardo per troppi anni, solo perché i titoli li prendevano gli altri. Tutti per loro, invece, gli onori, nella serata francese della finale, molto triste per la cronaca dei fatti fuori dallo stadio che potevano evolversi in qualcosa di ben più grave.
Fortunatamente, però, a prevalere è stato il calcio, e anche grazie al Liverpool di Klopp, come sempre intenso, propositivo e a cui è mancato solo il gol ma anche in questo caso dobbiamo parlare dei meriti del Madrid e del suo portiere Thibaut Courtois, che si è preso la scena della serata parando ogni cosa, in qualunque modo, dopo aver contribuito massicciamente a trascinare la sua squadra in finale. A risolverla, invece, ci ha pensato Vinicius Jr., quello stesso Vinicius che era stato acquistato dal Flamengo, ancora minorenne, per circa 45 milioni di euro, che nelle stagioni precedenti è stato anche vituperato – persino da qualche suo stesso compagno di squadra – e che sarebbe stato al centro di un dualismo, alla lunga fastidioso, con Mbappé per la proprietà della fascia sinistra, se solo il francese non avesse accettato di risposare la causa parigina. Sono bastati, dunque, il tap-in del brasiliano e i miracoli del portiere belga per mandare in paradiso il Real e il Liverpool in un limbo di “se e ma” per quello che in sette giorni non è stato ma che poteva essere, ovvero un Golden double, con campionato e Champions, sfumati però entrambi. La risposta di Klopp ai dubbi posa, incredibilmente, sulle certezze di una squadra che parla la sua lingua e vede con i suoi occhiali e che, invece di congedarsi mestamente dal suo popolo per la Premier e la Champions perse fa festa tra le strade del Merseyside per le due coppe nazionali conquistate. Un esempio fulgido, questo, dello “sconfitto” che non rifiuta certo tale etichetta ma la circoscrive ad una partita, massimo due. Il resto – e parliamo di altri sessanta match – il Liverpool lo ha dominato ed è giusto guardare al percorso, perché è lo stesso che porterebbe, eventualmente, allo stadio Atatürk Olympic Stadium di Istanbul, dove si disputerà la finale di Champions del 2023.
In una stagione di squadre deluse (Juventus, Atletico Madrid), deluse che hanno vinto (PSG, City, Bayern Monaco, Inter, Liverpool) e vincitori che appaiono realizzati – vedi Milan, Roma, Eintracht –, chi ha sublimato una supremazia mai morta è stato il Real Madrid, slanciandosi oltre tutto e tutti, anche oltre la Superlega. Ma come?! Proprio Florentino Perez che di questa lega d’élite, nata e rimasta ferma alla primavera 2021, è il padre? Esatto, e vi spieghiamo il perché. Premesso che Real Madrid, Juventus e Barcellona sono, ad oggi, gli unici club, sodali tra loro, non ancora usciti dal progetto anti-Uefa chiamato “Superlega”, va detto che un campionato di “paperoni”, dove le singole squadre possono contare su introiti monster, soltanto grazie ai diritti televisivi e che è considerato il sogno calcistico di ogni professionista di questo sport, esiste già ed è la Premier League inglese. Una dimostrazione? Domenica il Nottingham Forest – storica squadra inglese che vanta due coppe dei campioni in bacheca – è ritornato nella massima serie inglese dopo 23 anni dall’ultima sua militanza. Questo ritorno ha fruttato alle casse dei Tricky Trees circa 92 milioni di sterline (108,2 milioni di euro) ai quali andrebbero sommati altri 77,5 milioni di sterline (91 milioni di euro) nel caso dovessero mantenere la categoria negli anni a venire, per un discrimine finale di circa 177,3 milioni di euro in più rispetto a quanto guadagnerebbero Lecce, Cremonese e Monza, neopromosse in Serie A (fonte: calcioefinanza.it).
“La Superlega, di fatto, c’è già”. Suonavano, più o meno così, le parole di Andrea Agnelli pronunciate lo scorso 28 aprile. Ebbene, in quell’isola felice chiamata Champions, iridata quanto piace a noi e dove il merito vale ancora qualcosa, i “fautori della Superlega”, ovvero il Real Madrid, hanno, prima, battuto sul campo il PSG, ovvero i loro “nemici” qatarioti alleatisi con l’Uefa, poi hanno battuto, sempre sul campo, le tre migliori squadre dell’unica Lega aristocratica veramente attiva, la Premier.
Ecco, campo e solo campo, perché non ci piace affatto parlare di potere, di supremazia e, quindi, di primato, se questo non è legittimato dall’unico giudice vero che il calcio possa avere, il rettangolo verde di gioco, e questo ha urlato ancora una volta Hala Madrid.
Fonte foto: sito ufficiale Real Madrid CF
